Non mancano in questo mondo conflitti sanguinosi e oppressioni intollerabili. Fra di essi, tuttavia, la questione palestinese o, secondo alcuni, la questione israeliana, continua ad assumere una posizione del tutto centrale. E’ infatti da un’equa soluzione di queste due questioni, fra loro intrecciate, che dipende, non solo la pace nel mondo, non solo la fine dell’insopportabile sofferenza cui sono costretti i palestinesi, resi schiavi a casa loro, ma anche la possibilità di ottenere una coesistenza pacifica e una reciproca contaminazione fra le tre grandi religioni monoteistiche del Mediterraneo: l’islamismo, l’ebraismo e il cristianesimo.

Le novità dell’ultimo periodo sono tutte pesantemente negative. Esse possono riassumersi nel prevalere, all’interno del governo di Tel Aviv, delle posizioni di estrema destra che orientano le scelte del primo ministro Benjamin Netanyahu che ha messo Israele definitivamente al di fuori di ogni legalità internazionale. A ciò si aggiunga il contributo, disastroso – come su ogni altra questione – della presidenza Usa di Donald Trump che, del resto, fa seguito a otto anni di inconcludenza dell’era obamiana. Eppure, Barack Obama, tra il 2009 e il 2017 – ha avuto un’occasione probabilmente irripetibile per far avanzare la pace nell’area.

Tali posizioni di estrema destra hanno raggiunto il loro culmine con l’approvazione, da parte della Knesset il 7 febbraio scorso, di una legge con valore retroattivo che ‘regolarizza’ circa 4mila insediamenti israeliani costruiti su terreni privati palestinesi in Cisgiordania, in chiaro spregio del diritto internazionale, dei diritti del popolo palestinese, dello stesso vertice di Camp David nel luglio del 2000 e, ancor peggio, dell’Accordo di Oslo (13 settembre 1993) siglato dal presidente dell’Autorità palestinese (Olp) Yasser Arafat e dall’allora primo ministro israeliano Ytzhak Rabin.

E’ chiaro quindi che, con quella legge, il governo israeliano ha deciso di seppellire definitivamente la soluzione basata su due Stati indipendenti e sovrani che potessero coesistere e cooperare nello spazio tutto sommato limitato esistente dal fiume Giordano al mare. Su tale ipotesi si sono appuntate le speranze e i voti della comunità internazionale sin dal primo sorgere della questione. A nulla è servita la risoluzione di condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu del dicembre 2016 nella quale si è registrata, fatto abbastanza inedito, l’astensione del rappresentante statunitense, decisione a sua volta bollata dal governo israeliano come “macchinazione voluta dall’amministrazione Obama”.

Il subentro del pernicioso Trump all’inconcludente Obama ha ulteriormente peggiorato la situazione, sancendo a quanto pare il definitivo abbandono da parte degli Stati Uniti della soluzione dei due Stati. Ci troviamo quindi in una situazione di estrema difficoltà e pericolosità che, secondo la diplomazia europea a Gerusalemme, potrebbe sfociare in gravi avvenimenti in occasione delle celebrazioni del cinquantenario dell’occupazione che le autorità israeliane stanno organizzando. I consoli europei a Gerusalemme, in un rapporto confidenziale, sottolineano come la politica di colonizzazione portata avanti da Israele sta definitivamente distruggendo ogni base per una soluzione pacifica.

La politica israeliana si rivela quindi oggi più che mai il principale ostacolo alla pace. Coerenza vorrebbe che gli Stati che hanno votato, in modo pressoché unanime, la condanna di tale politica, passassero a misure concrete di isolamento e sanzione sul piano economico e sociale del governo di Netanyahu, così come previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni unite e come in passato fu fatto nei confronti del regime razzista della Rhodesia. Un’altra strada da percorrere, come suggerito da un israeliano illuminato quale è il direttore di Ha’aretz Gideon Levy, può essere quella della Corte penale internazionale, ossia il procedere nei confronti dei membri del governo israeliano che, legittimando le colonie, hanno commesso un grave crimine internazionale. Si tratta del crimine di guerra previsto dal par. 2, lett. VIII, dell’art. 8 dello Statuto della Corte penale internazionale che punisce “il trasferimento, diretto o indiretto, a opera della potenza occupante, di parte della propria popolazione civile nei territori occupati o la deportazione o il trasferimento di tutta o di parte della popolazione del territorio occupato all’interno o all’esterno di tale territorio”.

Quello che è certo è che senza l’isolamento a livello internazionale del governo israeliano e la sconfitta della linea Netanyahu continueranno le sofferenze del popolo palestinese e aumenteranno i pericoli per la pace che non può certamente essere fondata sull’oppressione e la negazione della dignità umana. L’ipotesi ottimale, destinata a risolvere definitivamente la questione israelo-palestinese, è quella di uno Stato laico e aconfessionale che garantisca i diritti di tutti gli abitanti della regione, quale che ne sia la religione o l’etnia. Un traguardo lontano e difficile, ma che resta, tuttavia, l’unico possibile.