La Russia dalla sua enclave di Kaliningrad – dove lo scorso autunno ha schierato missili nucleari – si fa sempre più aggressiva nel Baltico, il mondo ha riavviato la corsa al riarmo mentre l’Europa rischia di trovarsi sempre più sola e divisa a fronteggiarla se l’America di Donald Trump manterrà fede alle sue minacce di parziale disimpegno sul fronte europeo e della Nato. In questa situazione, la Svezia ha annunciato che ripristinerà il servizio militare di leva obbligatorio, uno strumento ritenuto fino a non molto tempo fa ormai obsoleto in Occidente e che Stoccolma aveva abolito nel 2010.

La Svezia, che non è neanche membro della Nato, ha annunciato per il 2018 e il 2019 l’arruolamento di un primo contingente di 4.000 uomini e donne nati nel 1999 e il loro addestramento. “Se dobbiamo avere unità militari complete e addestrate, il sistema dell’arruolamento volontario di professione deve allora essere integrato con la leva”, ha spiegato in televisione il ministro della Difesa del governo di minoranza di centrosinistra, Peter Hultqvist. Nel 2016, ha detto, mancavano circa 1.000 soldati operativi e circa 7.000 riservisti dagli obiettivi strategici di difesa della Svezia, che prevedono in totale un minimo di 6.600 militari di carriera e 10.000 riservisti, aggiungendo che per il 2022 l’obiettivo è di innalzare il numero degli operativi ad almeno 8.000. Numeri comunque piccoli per un Paese di 10 milioni di abitanti distribuiti in un territorio molto vasto.

Quando il precedente governo di centrodestra abolì il servizio di leva nel 2010, gli altri Paesi scandinavi e baltici accusarono Stoccolma di idealismo e ingenuità: “Gli svedesi hanno tenuto la testa sotto la sabbia per anni, come gli struzzi”, ha commentato al Financial Times una fonte governativa di un altro Paese nordico. Eppure negli ultimi anni la tensione con la Russia – rivale storica nel Baltico fin dagli albori dell’era moderna – si è materializzata in un crescendo di incidenti: caccia militari che ‘sfiorano’ in volo aerei civili; violazioni dello spazio aereo svedese, sottomarini russi che entrano nelle acque territoriali del regno e danno vita a operazioni di caccia degne della Guerra fredda, l’ultima delle quali nell’ottobre del 2014. Un nervosismo tangibile in tutto lo scacchiere Baltico (oltre che nell’Europa orientale), dove Paesi membri della Nato (Norvegia, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia) si alternano a Paesi ‘neutrali’ (Svezia e Finlandia). E che ha di recente indotto Stoccolma a rispolverare un caposaldo strategico che risale a quando il mondo era diviso in due soli blocchi contrapposti: la presenza di truppe sull’isola di Gotland, al centro del Baltico, che le vecchie scuole militari indicavano come potenziale “portaerei” di Mosca per tutta la regione in caso di occupazione. La paura per le malcelate ambizioni e minacce russe, ha di recente dichiarato la ministra degli Esteri svedese Margot Wallstrom al Ft, sommata alle incertezze sul futuro dell’impegno militare statunitense e britannico, ha prodotto il risultato di avvicinare gli Stati nordici e baltici, che ora lavorano a contatto sempre più stretto.