“Artisti assunti a tempo pieno, già si stanno trovando a 50 anni in part time, come a Verona dove hanno licenziato l’intero corpo di ballo. Mentre chi è a contratto così non riuscirà mai a entrare”, spiegava Pierina Trivero, corista al Regio di Torino.

Massimiliano Ceccalotti, portavoce del Lirico di Cagliari, aggiungeva: “Chiediamo l’adeguamento degli investimenti per la cultura ai livelli europei, il riconoscimento della Musica e della Danza come beni fondamentali per la collettività in virtù della loro funzione sociale e civile… e una maggiore fruibilità dell’offerta musicale per le fasce deboli della popolazione. Auspichiamo, infine, un‘inversione di tendenza contro l’attuale deriva privatistica in ambito culturale”. Il 27 febbraio, a piazza Montecitorio, a Roma, c’erano anche Trivero e Ceccalotti a protestare, cantando.

Insieme ai rappresentanti del Teatro dell’Opera di Roma, del Carlo Felice di Genova, dell’Arena di Verona, della Fenice di Venezia, del Verdi di Trieste, del Comunale di Bologna, del Maggio fiorentino musicale, del San Carlo di Napoli, del Petruzzelli di Bari e del Massimo di Palermo. Insieme ad un gruppo di studenti di conservatorio. “Protestare, cantando”? Già perché sulle note del Nabucco, del Macbeth di Verdi e dell’Inno di Mameli tutti insieme hanno cantato per protestare contro la “deriva privatistica” della politica culturale del Paese. Una politica che penalizza soprattutto le professionalità. Sostanzialmente, le mortifica, precarizzandole.

Lo scopo della manifestazione indetta dal Cnfls, il Comitato Nazionale dei Lavoratori Fondazioni Lirico Sinfoniche, formato sia da iscritti che da non iscritti al sindacato, quello di contrastare l’art. 24 della legge 160, approvata nel luglio 2016, e gli effetti di altri provvedimenti legislativi. Una legge che in caso di passivo di esercizio prevede una serie di misure-capestro per i lavoratori. Dalla riduzione delle attività di Fondazioni e Teatri, compresa la chiusura temporanea o stagionale, alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, fino al taglio dei trattamenti economici previsti dalla contrattazione di secondo livello.

Misure già applicate all’Arena di Verona, attraverso il piano di risanamento comprendente tra le altre cose l’abolizione del Corpo di Ballo e quindi il licenziamento di 19 tersicorei. Misure che a Firenze hanno da poco prodotto il licenziamento di 25 dipendenti. Misure che costituiscono nel loro complesso un iniquo ridimensionamento di un autentico asset della produzione culturale italiana. Anzi, molto di più, di un brand nazionale. Una legge, quella che si cerca di contrastare, che ha anche il demerito di riverberarsi negativamente sugli studenti di Conservatorio, che rischiano di trovare minori possibilità di occupazione nel settore.

“… ho appena speso 160 euro di treno per venire alla manifestazione, perché la situazione dei teatri lirici è davvero pessima e anche se questi moti possono essere ingenui, francamente preferisco provare a fare qualcosa che rassegnarmi all’inevitabile… Ho studiato canto lirico perché avevo questa passione e l’attitudine, senza mai pensare che questo potesse diventare un lavoro inutile, anzi ho sempre creduto che fare un lavoro culturale fosse una grandissima fortuna in quanto dotato di significato. Ho questa unica competenza, quella che insegnano in conservatorio: la musica”, scrive così in una lettera una delle partecipanti alla manifestazione.

Una storia tra molte altre, accomunate dalla delusione, ma non dalla rassegnazione. Una storia di lotta. Eppure nessun sindacato ha aderito alla manifestazione. Né la Cgil, né la Cisl, né la Uil e, neppure la Fials, il sindacato dei musicisti. Nessun sindacato, nonostante il Cnfls nei tre mesi di vita abbia organizzato diverse manifestazioni e presidi, un convegno, abbia ottenuto il sostegno formale dei direttori dei conservatori ed abbia promosso una petizione al Presidente della Repubblica per la revisione delle norme di legge. Considerata la vitalità dimostrata dal neonato Comitato verrebbe da pensare che i sindacati possano aver temuto una scarsa partecipazione di lavoratori alla manifestazione del 27 febbraio. Ma è impossibile che possa essere stato questo il motivo. Figurarsi se le sigle sindacali possono spaventarsi per questo. Se bisogna supportare una giusta protesta, loro ci sono. Quasi sempre.

“E’ stata una giornata molto bella e piena e sì, sono soddisfatta perché ha rappresentato il nostro spirito migliore, creativo e comunicativo, la voglia di fare musica sopra ogni cosa, anche come veicolo di protesta”, scrive in un’altra lettera una corista. Così la manifestazione si è svolta. Nonostante l’assenza dei sindacati e il quasi totale disinteresse della politica. Ma in fondo c’erano quelli la Cultura la fanno, non quelli che ne parlano.