Sarà anche colpa di Facebook, sarà che viviamo l’epoca della comunicazione totale online, ma resto della convinzione che ci siano dei fatti, dei sentimenti della vita di ognuno di noi (povero o ricco, famoso o sconosciuto) per i quali il loro ambiente naturale – vorrei dire esclusivo – resta la sfera privata. Che i giornali, i social media, le televisioni, il tutto diventi il luogo del tutto, non mi pare un vantaggio. Sarà un caso ma le orchidee crescono meglio all’umido e i fichi d’india prosperano sui terreni aridi; così mentre le partite di calcio o gli atti parlamentari è bene che siano sviscerati in pubblico, forse varrebbe la pena considerare che alcune questioni personali e intime andrebbero limitate il più possibile alla sfera dell’individuo, senza eccessivo chiasso. Il confine tra informazione ed esibizionismo non andrebbe mai superato e trasformarci tutti in guardoni forse non è un grande progresso alla convivenza civile. Chi siamo noi per poterci porre di fronte alla morte, dinanzi al dramma di una persona?

Ma purtroppo nella vicenda del suicidio assistito e della morte dolorosa di dj Fabo prima di tutto c’è una sgradevole questione di forma, preliminare, non secondaria. Divenuto di dominio pubblico un fatto così tragico e privatissimo come il desiderio di farla finita con la propria vita, automaticamente si è esposto al giudizio (morale e soggettivo, ma soprattutto inappropriato) di tutti gli altri. Su certi fatti ci sarebbe solo da tacere – da pregare chi ci crede – oppure da adoperarsi per cambiare le cose in meglio. In ogni caso il silenzio resterebbe la condizione ideale non dico per comprendere ma almeno per rispettare momenti, come quello della morte, la cui profondità non è stata ancora capita dopo migliaia di anni di riflessioni. Senza renderci conto che il fiume di chiacchiere e la pubblicità a eventi così strettamente personali finisce per legittimare qualsiasi cosa, la polemica, l’insulto, lo scontro, le risse, che non sono un gran bello spettacolo davanti a certe tragedie. In attesa quindi che il silenzio torni ad essere l’ambiente naturale di certi fatti, proviamo a non lasciarci travolgere dal mare del chiacchiericcio e a precisare alcuni punti.

1. Nulla, non certamente lo Stato, non le sensibilità individuali, non i social o i mass media possono comprendere ed esprimere il dolore di una tragedia del genere. La rappresentazione della sofferenza sarà anche esteticamente bella per chi la osservi, sarà didascalica, ma è sempre una raffigurazione pallida, travisata e spesso irritante del dolore di chi lo prova. Il dolore è ineffabile, non si comunica se non a prezzo di travisarlo, il dolore è come Dio, non può essere illustrato, se non per simboli.

2. Pensare che lo Stato possa fungere da soggetto regolatore e si debba intrufolare con codici e giudici anche in questi fatti non credo sia una decisione intelligente, sicuramente non è condivisa da tutti. Il mio dolore è il mio dolore, non l’argomento di discussione di un’intera nazione, guai a chi lo tocca! Lo Stato – senza caricarlo di compiti etici, ma badando bene a non svuotarlo di ogni sua funzione positiva – non si impiccerà di disciplinare queste cose. Certamente se vorrà meglio precisare un quadro legislativo, che oggi è fermo alla fase del «non sento non vedo e non parlo, ma se mi sveglio ti faccio del danno», sarà il benvenuto. È necessario trovare un punto di equilibrio tra il rispetto della volontà individuale e il perseguimento dei valori collettivi. Il desiderio di darsi la morte, in alcuni casi comprensibile, resta in ogni caso una scelta individuale, che non potrà mai essere elevata a principio generale.

Di sicuro non vogliamo ipocrite cliniche svizzere, ignobili strumenti per far soldi da qualsiasi aspirazione umana, non certo esempi di organizzazione civile cui trarre ispirazione. Né servono semplificazioni legislative o altre scorciatoie giuridiche che elevino l’individualismo a norma di comportamento generale. Servirebbe maggiore attenzione alla sofferenza, maggiore rispetto prima per i vivi e poi per i morti, la rinuncia presuntuosa a innalzare la forza delle leggi a codice di comportamento prevalente rispetto alla coscienza individuale. A ben vedere il principio che ha fatto sì che lo Stato rinunciasse a darsi il diritto di condannare a morte i suoi cittadini, ha conferito anche a ogni individuo il diritto – doloroso e non esemplare – di rinunciare alla propria vita, senza che lo Stato in alcun modo potesse avere voce in capitolo.

Lo Stato si occupi, meglio di come sta facendo negli ultimi tempi, dell’esistenza terrena dei suoi cittadini e lasci ad altri la giurisdizione sulla vita e sulla morte. Se potessimo percepire anche solo un centesimo delle sofferenze e delle tragedie che attraversano il nostro paese e il mondo, probabilmente capiremmo che il tentativo di intervenire parzialmente per attenuare solo quelle che hanno ottenuto visibilità nel palcoscenico della comunicazione, non solo è un comportamento ipocrita, ma è offensivo nei confronti di tutti quanti continuano a soffrire e a patire in silenzio, senza avere né la voglia né la possibilità di diventare star mondiali del dolore.

Riportiamo le tragedie individuali nel silenzio delle sofferenze individuali e lavoriamo perché in generale i principi, le cause (e ce ne sono!) che ancora concorrono a fare di questa Italia un paese in cui molti soffrono, vengano rimossi o perlomeno diminuiti.