Per capire pienamente Vita spericolata di Vasco Rossi va guardato anche questo documentario, c’è poco da fare. “Una vita esagerata come quella di Steve McQueen”, “piena di guai”, “come le star”. E poi ognuno a rincorrerli quei guai. Il giovane Vasco, cresciuto con quell’icona attraversando gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, di fronte al King of Cool era come i fan di oggi ai suoi concerti. O almeno l’ammirazione per il suo idolo era la stessa che un paio di generazioni di ragazzi italiani hanno coltivato intorno al rocker di Zocca.

Una vita alla massima velocità quella di McQueen. Le gare automobilistiche e motociclistiche tra un film e l’altro, una passione che gli portò anche il tumore da amianto per le tute utilizzate negli anni. Irrequietezza e fame di vittoria, l’acceleratore schiacciato anche contro il sistema delle major, una serie di donne sfilate velocemente nel suo letto quando non nella sua roulotte, la leggenda dei suoi film dove azione, fascino e spensieratezza erano da antologia. McQueen è stato questo e molto altro. Le 24 ore di Le Mans fu summa e culmine di vita e carriera dell’attore di Beach Groove. Per lui doveva essere il film definitivo sull’automobilismo. Non fu un grande successo quando uscì nel 1971 un po’ perché era un indipendente osteggiato dai giganti di Hollywood, un po’ perché forse il pubblico non era ancora completamente pronto a quella lungimiranza cinematografica, ma incastonò definitivamente nel mito McQueen come attore, pilota, catastrofico produttore. E soprattutto come sognatore senza eguali.

mcqueen-6Per quel film fondò la sua casa cinematografica, la Sonar, andò a girare in Francia con la sua troupe e perse milioni di dollari anche di tasca propria. Litigò con il regista mettendosi lui stesso dietro la macchina da presa, ebbe interruzioni nella lavorazione ma andò avanti lo stesso. A quarant’anni da un kolossal senza precedenti il girato originale, tanto materiale inedito dal dietro le quinte e molte registrazioni audio dell’attore sono stati ritrovati in uno scantinato, e come si conviene per occasioni così ghiotte, ne è venuto fuori un film memorabilia su quel periodo tormentato. Come testimoni ne parlano in camera il figlio Chad McQueen, tornato su quell’asfalto a raccontare i suoi ricordi di quel padre affettuoso e sfuggente. Ma anche attori e filmaker che lavorarono a quel set. La regia di Gabriel Clarke e John McKinna incornicia una preziosa storia di cinema. Senza stilizzazioni eccessive lascia spazio e spettacolarità alle immagini di repertorio per riscoprire l’uomo, l’ossessione e il riscatto di una star di cui sembrava si fosse detto già tutto. In particolare l’esperienza di autoproduzione caparbia potrebbe essere un baluardo per il cinema indie tanto osteggiato da troppe nostre sale cinematografiche.

I soliti detrattori potrebbero parlare di sciacallaggio nei confronti della star e della sua memoria attraverso un’operazione commerciale. Il film però mette chiaramente il luce il valore artistico di McQueen, le sue idee di azione applicata alla regia dei motori. Il suo è stato uno sguardo modernissimo sul cinema: le macchine da presa montate per la prima volta su auto ad alta velocità, i punti di ripresa sul ciglio della strada, il montaggio alternato tra sospensioni emotive in quegli occhi blu e lo sfrecciare pericoloso delle auto da corsa. Riguardare oggi Le 24 ore di Le Mans fa riflettere su quanto il Rush di Ron Howard possa averne attinto. Fa sorridere affettuosamente per la presenza di nostri attori come Carlo Cecchi, Angelo Infanti e Luc Merenda al fianco del King of Cool. Ci catapulta ancora con tutte le scarpe in quelle atmosfere anni settanta, quando le imprese cinematografiche erano musicate da vere orchestre e ogni scena era sinfonia visiva e pungente. Se certi marchi d’orologio hanno acquistato quell’immagine in tuta di McQueen per farci intere campagne pubblicitarie destinate anche ai millenial un motivo ci sarà.

Dopo l’uscita in sala Vita spericolata, non la canzone, ma il doc, è diventato un dvd. Tante volte la presenza di extra nell’home video di un documentario ne espande giusto il minutaggio. E in questo di caso di contenuti aggiuntivi non ce ne sono. Steve McQueen, a parte identificarsi già come un dietro le quinte di Le Mans, è un lavoro iconografico ancor prima che biografico: basta a sé stesso.