Quando anche un solo posto di lavoro viene preservato, dentro quella dinamica del licenziamento “facile”, o dovuto a futili motivi, dentro a quel principio aziendale del “ne punisco uno per educarne cento”, dentro quella logica della “bocca chiusa” e di quell’individualismo che diamo per scontato e che invece ci sorprende nel suo contrario, ebbene, quando anche un solo posto di lavoro viene difeso da attacchi che minano la dignità della persona, possiamo parlare di un grande risultato. Una singola battaglia che sembra piccola e invece sa evidenziare la necessità dell’unità tra lavoratori, della rappresentanza sindacale, di quella lotta quotidiana che spesso non si vede perché resta incagliata tra le maglie del trafiletto locale, strozzata da quei macro temi che possiamo analizzare soltanto se ripartiamo dalla realtà.

Ecco perché vi racconto la storia di Marco, che a settembre si vede licenziato senza appello da Coop Liguria; siamo a Carasco, Chiavari, e lui è un dipendente di Ipercoop fin dall’apertura del Centro Commerciale. “Un dipendente considerato un modello, amato da tutti i colleghi e le colleghe, che – riferisce la Filcams di Genova – dopo essere stato investito verbalmente da un responsabile che era solito usare “modi” più volte segnalati all’Azienda, ha dato una manata al vetro antisfondamento del box in cui si trovava un’addetta alla sicurezza. Il vetro antisfondamento (che evidentemente non era poi così “anti”) si è staccato, è caduto e si è rotto”. Nessuno si è fatto male, e il lavoratore si è subito scusato per quanto accaduto.

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Licenziato. Motivi disciplinari. Dopo uno sciopero a cui partecipò in massa tutto il personale, in un grande abbraccio di solidarietà e supporto verso il collega, e dopo vari incontri con Filcams Cgil che rappresenta tutt’oggi il lavoratore in questione, i vertici di Ipercoop “offrivano” un servizio di supporto al ricollocamento lavorativo; una tale “offerta”, capite bene anche voi, non poteva essere accettata, perché appare ovvio che il licenziamento era una punizione eccessiva rispetto allo sbaglio commesso, e per questo si apre un contenzioso con l’azienda.

Per farvela breve, Marco è rientrato al lavoro sabato 25 febbraio. Il 21 febbraio appena trascorso, infatti, la sentenza finalmente ha dimostrato che le motivazioni per il licenziamento non sussistevano: grazie al contributo di tutti i testimoni e alle prove presentate dall’avvocato difensore del lavoratore, Francesco Firriolo, il giudice del tribunale del lavoro di Genova, Maria Giovanna Dito, ha annullato il licenziamento.

Una singola battaglia, dicevo all’inizio. Certamente una buona notizia che è importante sottolineare. Ma se guardiamo al macro, c’è un aspetto importante che non può essere sorvolato e che questo “piccolo” accadimento ci sbatte sulla faccia. La reintegra del lavoratore è stata possibile proprio perché assunto precedentemente all’entrata in vigore delle nuove norme, contenute nel Jobs Act, che regolano anche i licenziamenti giudicati illegittimi. Insomma, un nuovo assunto avrebbe ottenuto al massimo 24 mensilità nonostante la ragione. Merce non più gradita che, nel peggiore dei casi, costa una “buona uscita” anche se un giudice sentenzia l’illegittimità di quel licenziamento, come di fatto in questo caso è avvenuto. Insomma, basta niente e sei fuori dai giochi. Ci dice questo, la “piccola” storia.

Così piccola, eppure 3 milioni di cittadini hanno firmato per poter votare tre referendum promossi dalla Cgil, referendum che sappiamo sono diventati due (su voucher e appalti) dopo il no della Consulta al quesito che riguardava proprio il Jobs Act e i licenziamenti illegittimi. Il fatto che non si possa andare a votare su quest’ultimo aspetto, non deve toglierci l’entusiasmo da cittadini di esprimerci su altre due questioni che generano estremo sfruttamento, frammentazione e assenza di diritti. A tal proposito, promuovo un nuovo hashtag indirizzato al governo Gentiloni: #FissateceStaData! Perché siamo stanchi di aspettare e, visto che per lo Stadio della Capitale ha funzionato, mi sento sarcasticamente in dovere di tentare. Tornando al Jobs Act, la battaglia deve restare aperta perché non tutte le storie partono dal punto fermo di Marco, la sua data di assunzione, e questo senso di precarietà è elemento ormai invalidante per migliaia di cittadini che vivono nell’assenza di futuro.