Circa trent’anni fa ho assistito psicologicamente una ragazza che, a seguito di incidente in moto, si trovava in condizioni analoghe a quelle del giovane morto in Svizzera col suicidio assistito. All’inizio, quando in ospedale in rianimazione, doveva confrontarsi con la nuova situazione del suo corpo: paralizzata, poteva solo parlare e muovere il capo. Terribile!

Passò diversi mesi di rifiuto totale delle sue condizioni con una rabbia esasperata che si scaricava sugli infermieri, i medici e i familiari. Dopo alcuni mesi alla rabbia subentrò la disperazione e la depressione che coinvolgeva anche i genitori ormai distrutti nel tentativo, apparentemente vano, di offrirle conforto.

In questo periodo la ragazza spesso chiedeva di essere lasciata morire, e che le staccassero il respiratore automatico. Confesso che anche io diverse volte ho pensato che sarebbe stata la soluzione migliore per il benessere di tutti. Forse anche per il mio, visto che l’ora settimanale di colloquio con questa ragazza era divenuta, per me giovane medico alle prime armi, molto penosa.

Dopo circa quattro mesi riuscimmo ad organizzare il trasferimento a casa e a costruire nel tempo una fitta rete di volontari che portasse vita, emozioni e partecipazione emotiva alla ragazza. Circa cento ragazzi del suo paese facevano parte del gruppo: si recavano da lei, ognuno in base alle proprie possibilità, una o più volte a settimana, per raccontarle quello che era successo, per condividere piccole esperienze, guardare un film o una partita di calcio assieme. La situazione psicologica della ragazza era così migliorata che dopo due anni il mio lavoro, che aveva coinvolto i familiari e il gruppone dei volontari, poteva considerarsi terminato. Una volta ogni sei mesi continuavo ad andare da lei, non più in veste di medico ma per la relazione emotiva che si era instaurata. La ragazza dopo quindici anni morì a seguito di complicazioni fisiche.

Questa storia mi ha insegnato molto, come uomo e come psicologo, visto che ci si deve confrontare con l’idea che non valga la pena di vivere. Non offro ai lettori una mia visione riguardo al tema dell’eutanasia anche perché spesso intimamente mi sento dibattuto. Ho il timore che l’argomento sia troppo complesso per poter essere irrigidito all’interno di norme giuridiche.

In questo post provo a portare questa esperienza e il ricordo di quella splendida e sfortunata ragazza.