lalalandE se le quotazioni di La La Land crollassero all’improvviso lasciando campo libero agli altri otto titoli in corsa per l’Oscar 2017 come Miglior Film? Fantascienza. Questa casella degli Oscar è già coperta da tempo. Non esiste sorpresa alcuna, modello Spotlight nel 2016, per fare breccia nell’oramai risaputa convinzione tra addetti ai lavori del mondo hollywoodiano. Non c’è infatti titolo che possieda quell’importanza contenutistica (lo poteva essere Loving di Jeff Daniels, ma inspiegabilmente non è candidato) da surclassare allegorie registiche e svolazzi formali. La La Land, invece, trae la sua forza soprattutto dalla completezza del risultato finale, dall’architettura generale di un musical che strizza l’occhio ai classici ma che si costruisce una sua appassionata strada pop. La La Land, come tutti i film di Damien Chazelle, è un’opera in cui la partitura musicale innerva il racconto dandogli un ritmo peculiare, una specie di continuo sbilanciamento in avanti, di gradino da scendere o salire, di cancellazione del concetto di staticità. Nonostante le sterili critiche sulle composizioni di Justin Hurwitz (i “rigidi arpeggi sulle triadi” o il richiamo verso l’essenza di un jazz storicamente poco connotato non apprezzato dai puristi), il rapporto sentimentale tra Mia (Stone) e Seb (Gosling) vive dentro agli accordi di Another day of sun o City of stars, cesellato e sintetizzato in un’idea di regia tesa a ridurre al minimo la (generalmente fastidiosa) estemporaneità del numero musicale e allo stesso tempo attenta a non farne cessare mai il suo intimo pulsare. Quindi, solo per pura speculazione mettiamo in fila possibili contendenti, outsider e improbabili candidature per riempire le nomination del premio più ambito nella notte degli Oscar.