Sono arrivati a lui seguendo un pregiudicato che gli aveva messo a disposizione una casa a Cardeto, nella zona pedemontana di Reggio Calabria. E così dopo meno di un anno si è conclusa la latitanza di Antonino Princi, detto lo “sceriffo”, ricercato per omicidio e tentato omicidio. Lo hanno arrestato i carabinieri e gli uomini della Squadra mobile che hanno fermato con l’accusa di favoreggiamento anche Saverio Arfuso, di 45 anni. Nino Princi era sfuggito a un agguato nel febbraio scorso. Lo voleva uccidere il boss di Calanna Peppe Greco, ex pentito che una volta libero voleva riavere il posto di reggente della cosca che le altre famiglie avevano affidato al suo ex autista.

In risposta a quell’attentato, lo “sceriffo”  è scomparso e poi ha reagito un paio di mesi più tardi ferendo gravemente Peppe Greco e uccidendo Domenico Polimeni mentre si trovavano su un balcone di una piccola abitazione di Calanna. Prima irreperibile e dopo latitante. Nino Princi era ricercato dal 29 luglio 2016 quando è scattata l’operazione “Kalané”, condotta dalla squadra mobile e coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, che ha portato all’arresto del boss Giuseppe Greco, di un suo scagnozzo e dei killer che, a colpi di fucile, la sera del 3 aprile avevano cercato di far capire le regole della ‘ndrangheta proprio al figlio di don Ciccio Greco.

All’appello mancava solo lo “sceriffo” sorpreso dagli investigatori mentre dormiva. Il boss era disarmato e si è fatto subito ammanettare.  Il suo nome e quello del fiancheggiatore Saverio Arfuso erano comparsi anche nelle carte di un’indagine che nel 2012 aveva portato alla cattura di un superlatitante del calibro di Domenico Condello, detto i “Micu ‘u Pacciu”, primula rossa per 20 anni e, soprattutto, killer di don Paolino De Stefano, ucciso nel 1985 all’inizio della seconda guerra di mafia. Tra i documenti trovati dal Ros nel rifugio della frazione Salice dove si nascondeva Condello, c’è anche un elenco di quattro fogli con diversi nomi tra cui quelli di Nino Princi e Saverio Arfuso.

Elemento questo ora al vaglio degli inquirenti. Dai primi accertamenti, quello che emerge è che dietro nomi apparentemente slegati da ambienti criminali si nascondono sempre gli stessi personaggi che cambiano pelle mantenendo un legame viscerale con il passato così come le alleanze criminali delle cosche che, ormai da qualche anno, nella zona nord di Reggio hanno ripreso a risolvere con gli omicidi le frizioni interne alle famiglie.

Nel 2010 a Gallico Marina è toccato al boss Mimmo Chirico che, appena scarcerato dopo un lungo periodo dietro le sbarre, aveva dato fastidio a chi aveva preso il suo posto. Pochi mesi più tardi è stata la volta di Giuseppe Canale, un delitto avvenuto in pieno giorno e che, in alcune intercettazioni di recenti inchieste, viene inquadrato come la risposta all’omicidio Chirico eseguito poche settimane dopo il blitz dell’operazione “Meta” che ha portato all’arresto di Giovanni Rugolino, il boss di Gallico e Catona conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “Craxi”. Ma i Rugolino sono una famiglia numerosa e, secondo gli inquirenti, il posto del boss è stato tenuto caldo dai suoi parenti che, dopo la mattanza della guerra di mafia negli anni ottanta, avevano tenuto un basso profilo. Per gli investigatori questo non gli ha impedito di essere attivi nel settore della droga

Nella stessa operazione “Meta” finì in carcere Giuseppe Greco, lo stesso che dopo la breve collaborazione con i magistrati, ritornò a Gallico scontrandosi con Nino Princi al quale i Rugolino e le altre famiglie mafiose della zona avevano affidato il “locale” di ‘ndrangheta in attesa che “Craxi” finisse di scontare la sua pena. Le cosche hanno sparato fino a poche settimane fa: il 30 dicembre Tarik Kacha, un marocchino di 34 anni ma residente da quasi 20 a Catona, è stato freddato mentre rientrava a casa. Tre colpi di pistola alla schiena, uno in testa e uno in bocca. Apparentemente slegato dagli ambienti criminali, Tarik distribuiva il pane a domicilio e lavorava per il panificio dei Rugolino. Secondo gli inquirenti, non è escluso che sia finito nel giro della droga gestito dalla ‘ndrangheta e dalla manovalanza rom che risiede ad Arghillà. Il suo cellulare potrebbe fornire elementi utili alle indagini condotte dalla Squadra mobile che sta cercando di capire se l’omicidio è da inquadrare nelle dinamiche interne ai Rugolino o se qualcuno ha voluto lanciare un messaggio a “Craxi”, da poche settimane tornato in libertà. La mancata risposta rientra nelle regole della ‘ndrangheta e non esclude nessuna delle due ipotesi sul movente dell’omicidio.