Arrivati a Bernezzo, paesino in provincia di Cuneo a due passi dalla Val Grana (quella del Castelmagno, per intenderci), si capisce che i suoi abitanti non sono molto contenti di ospitare un impianto di produzione della calce che ora si trasforma in produzione di pet-coke (come a Gela, per intenderci). Ma in paese, oltre a questa scomoda realtà, ne esiste un’altra che merita di essere conosciuta: il Centro recupero animali selvatici (Cras).

Mi sono recato a visitarlo la scorsa estate e sono rimasto colpito dalla sua efficienza. Poi ho acquisito altre informazioni da una sua volontaria, Ester Cuffaro. Il Centro nacque per iniziativa – e a sue spese –  del signor Remigio Luciano con l’intento di ospitare buona parte degli animali dello zoo di Cuneo quando questo chiuse, nel 1984. Lo scopo era quello di prendersi cura di essi fino al loro decesso. Poi, a seguito della promulgazione della legge regionale 70 del 1996 (“La Giunta regionale e le Province possono costituire, anche su richiesta delle associazioni venatorie e delle associazioni di protezione ambientale, centri di recupero, cura, riabilitazione e reintroduzione di animali selvatici, in particolare di quelli appartenenti a specie protette.”), nacque la volontà di istituire un Cras. Che vide a luce nel 2001.

Inizialmente erano solo tre le persone che si occupavano di portare avanti questa realtà, tra cui un veterinario. Ad oggi il Centro conta una quarantina di volontari, più quattro veterinari che operano a titolo gratuito. Ma se sono aumentati i volontari, sono aumentati – ed in modo esponenziale – gli animali da recuperare: dai 40 del 2001 ai ben 1100/1200 di oggi (qui la relazione 2016) Gli arrivi annuali riguardano principalmente uccelli, seguiti da mammiferi e rettili. Più specificamente, nell’ultimo anno, sono stati registrati più di cento caprioli e più di cento rapaci, tra poiane, sparvieri, civette, gheppi, vittime anche di quei cacciatori che spesso si autodefiniscono “paladini dell’ambiente”.

Una volta constatata la causa di arrivo, il programma di recupero consiste nel primo soccorso dell’animale e assistenza veterinaria per tutta la sua permanenza. Una volta guarito e riabilitato, l’animale viene liberato in natura, in riserve, boschi o parchi protetti. Nel caso invece di malattia cronica e impossibilità di reinserimento, l’animale viene tenuto in degenza al Cras. Alcuni animali in degenza possono essere dati in affido a privati che dimostrino di avere le strutture e lo spazio adeguato per il loro benessere e le conoscenze etologiche e zoologiche necessarie per la gestione dell’animale in questione. Chi non avesse la possibilità di prendersene cura in prima persona può ricorrere all’affido a distanza.

Come tante altre realtà di volontariato, il centro si basa su finanziamenti pubblici e privati. Ufficialmente i finanziamenti annui da parte delle istituzioni equivalgono a 15.000 euro erogati dalla provincia di Cuneo e 5.000 euro da parte della Regione Piemonte. Purtroppo, però, non si può fare totale affidamento su queste somme in quanto ci sono considerevoli ritardi e non sempre le cifre previste pervengono interamente. Ad oggi, il Cras può contare su convenzioni, stipulate con 63 comuni nella provincia di Cuneo, in base alla quantità di animali che arrivano da quelle precise aree, convenzioni che vanno dai 50 euro per i comuni più piccoli fino a 500 euro, per pochi comuni di vasta area. La precarietà di questi finanziamenti ha messo in luce l’importanza del 5×1000. Il Cras di Bernezzo, quindi, riesce a sopravvivere, ma altre realtà simili in Piemonte hanno già alzato bandiera bianca ed hanno chiuso.

Con l’invito di andare a visitare il centro, non si può fare a meno di notare come lo Stato operi in questo come in altri campi: cioè con un sostanziale disinteresse. L’art. 1 della Legge 57 del 1992 così recita: “La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale”. Da ciò emerge che lo Stato dovrebbe occuparsi direttamente della fauna, quando essa è in difficoltà, tra l’altro quasi sempre per cause umane. Invece il compito è quasi integralmente demandato sul nostro territorio a quelle associazioni di volontariato che per fortuna (grazie all’art. 18 della Costituzione e alla normativa che ne è seguita) si sono costituite grazie alla sensibilità della popolazione, ma che poi sopravvivono stentatamente per la carenza o l’incertezza di fondi. È comunque il privato che supplisce alla carenza del pubblico, in questo come ormai in tanti altri settori. Una cosa che dovrebbe farci pensare.