“Senza giornalismo, la democrazia muore nell’oscurità”. Con queste parole nei giorni scorsi Bob Woodward, celebre cronista dell’inchiesta Watergate, aveva attaccato l’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump, caratterizzata sin dalla fase di candidatura da un rapporto conflittuale con i mass media. E a queste stesse parole è ricorso ieri il quotidiano di Woodward, il Washington Post, per chiarire apertamente ai propri lettori quale sia il suo orientamento rispetto al nuovo inquilino della Casa Bianca. Democracy dies in darkness: a poco più di un mese dall’insediamento, una delle più autorevoli redazioni politiche statunitensi rinuncia all’equidistanza e sceglie il “muro contro muro” verso la presidenza.

Siamo di fronte a una scelta di chiara militanza politica della redazione, o addirittura dell’editore, il patron di Amazon Jeff Bezos? È il sussulto orgoglioso del giornalismo tradizionale e più rigoroso, che rivendica il ruolo di watch-dog verso un Presidente che spaventa sia la sua nazione che il resto del mondo?

Le ipotesi possono essere le più varie, però una cosa è già molto probabile: l’atteggiamento del Post può trovare un consenso molto ampio tra i cittadini e potenziali lettori. Non a caso, negli ultimi giorni gli abbonamenti al giornale sono in crescita. Stando infatti a un’indagine pubblicata dal think-thank Pew Research Center, la “luna di miele” tra gli Stati Uniti e il neo presidente Donald Trump è già finita, o forse  non è proprio mai iniziata. Secondo i risultati di un’indagine condotta circa dieci giorni fa, meno di quattro statunitensi su dieci approverebbero le strategie di inizio della presidenza Trump.

Sarebbe ad esempio ai minimi storici il consenso dei cittadini democratici al neo presidente quando, in casi precedenti, questi stessi elettori avevano invece concesso un’iniziale apertura di credito ai presidenti di provenienza repubblicana: soltanto l’8% degli elettori del partito democratico americano approverebbe l’avvio dell’amministrazione del tycoon. Maggioranza critica anche verso il cosiddetto Muslim Ban (favorevole solo il 38% del campione degli intervistati) e sono davvero in pochi, appena il 28%, ad approvare lo stile comunicativo che Trump ha mostrato in questa circostanza. Forti perplessità anche sul temperamento del nuovo presidente, sulla sua affidabilità, sulla sua preparazione: solo il 28% degli statunitensi sarebbe disposto a scommettere sull’equilibrio del nuovo inquilino della Casa Bianca, soltanto il 37% a ritenerlo credibile e un esigo 39% a definirlo preparato. Non sorprende dunque che il 59% lo ritenga sostanzialmente irrispettoso verso le istituzioni democratiche.

Stando a quanto sostiene il Pew Research Center, la percentuale di disapprovazione registrata da Trump sarebbe superiore a quella di tutti gli ultimi cinque predecessori: Ronald Reagan, George H.W. Bush, Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. Nessuno di loro aveva avuto una luna di miele così breve col popolo americano.

Se contestualizzata nel quadro descritto dal think thank statunitense, essenzialmente la scelta del Washington Post presenterebbe una grande opportunità e allo stesso tempo un rischio di pari dimensione. L’opportunità è intercettare una vasta porzione di cittadini e di lettori, di orientamento democratico ma non solo, che sono spaventati dall’avvio della presidenza Trump e chiedono al giornalismo di fornire alla società americana tutti gli anticorpi necessari a vigilare, a resistere, a controllare l’operato del presidente e a fornire agli Stati Uniti e al mondo una narrazione quotidiana alternativa a quella della Casa Bianca.

Il rischio, tutt’altro che secondario, è che la scelta del giornale produca una narrazione unilaterale ed elitaria della realtà statunitense, e che nell’operato della redazione si ripeta l’errore marchiano che ha caratterizzato l’atteggiamento di gran parte della stampa statunitense nei mesi precedenti le elezioni: snobbare il miliardario e sottovalutare la sua capacità di intercettare gli umori dell’America profonda. Le cui paure e malesseri avrebbero senz’altro bisogno del più meticoloso e appassionato racconto giornalistico possibile, per offrire agli Stati Uniti e al mondo una descrizione realistica e accurata dell’assordante grido di protesta che il 9 novembre 2016 ha generato la vittoria di Donald Trump.