Non era sdraiato Aldo Moro quando fu colpito a morte, e chi gli ha sparato gli stava di fronte. Lo assicura il Ris, interpellato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta nel tentativo di analizzare il delitto politico più importante del ‘900 italiano come si fa con un cold case. Il comandante del Ris, Luigi Ripani, ha svolto il suo compito isolando “tutti gli elementi oggettivi”. Perché, pur a distanza di molti anni, è possibile stabilire alcuni punti fermi per capire quel che non ci hanno voluto raccontare di ciò che accadde qualche momento prima che il presidente della Democrazia cristiana diventasse un fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata in via Caetani.

Ebbene, ciò che raccontano gli elementi oggettivi raccolti dal Reparto investigativo dei Carabinieri è questo: l’omicidio sarebbe avvenuto con una serie di tre spari, due armi e 12 proiettili esplosi. La prima serie da tre, quella che colpisce inizialmente Moro, secondo la ricostruzione esposta oggi, avviene mentre il prigioniero delle Brigate rosse “è seduto sul pianale, sopra la coperta, con il busto eretto e le spalle rivolte verso l’interno dell’abitacolo, il portellone aperto”. I tre colpi lo raggiungono “con direzione ortogonale al torace”. Moro si accascia e viene colpito da altri spari della mitraglietta Skorpion. Infine due spari, stavolta da due armi diverse: uno di una pistola Walther Pkk, calibro 9, l’altro ancora della Skorpion, un calibro 7.65. Quelle sono sicuramente le armi usate.

“Faremo altre indagini per capire da dove venga quella Walther Pkk”, ha detto il presidente della Commissione Giuseppe Fioroni il quale sottolinea “l’assoluta novità di una ricostruzione che smentisce quel che i brigatisti hanno sempre raccontato”. Il primo ad auto-accusarsi di essere stato il killer di Moro fu Prospero Gallinari, poi Mario Moretti disse di essere stato lui, infine accreditarono la versione che dava la responsabilità a Germano Maccari: il racconto brigatista, insomma, non è mai stato ‘fermo’, ma non solo. Proprio riguardo a quegli ultimi istanti il capo dell’operazione, Mario Moretti, raccontò di aver fatto sistemare Moro nel bagagliaio della R4, di averlo fatto mettere sotto la coperta e, soltanto allora, di avergli sparato: accompagnato in auto, fatto sedere dietro, nel vano dei bagagli, con la prospettiva di uno spostamento o forse di un atto definitivo di libertà, il racconto brigatista ha tenuto a spiegare che Moro fu colpito nella sua totale inconsapevolezza di quel che stava avvenendo. “Salga Presidente, si accomodi”.

Ebbene, la ricostruzione del Ris dice di no. La balistica afferma il contrario. “E l’ipotesi che si fossero trovati in un garage – quello di via Montalcini, come hanno sempre sostenuto le Br – è alquanto improbabile”, ha detto il colonnello Ripani in conclusione. Troppe manovre e quei dieci colpi sparati senza silenziatore avrebbero allertato il palazzo. La perizia contiene molti altri spunti e non esclude una seconda versione, ritenuta tuttavia meno probabile, in base alla quale Moro è seduto sul sedile posteriore della Renault4 e i primi colpi partono dalla parte anteriore dell’auto, dove poi furono ritrovati 5 bossoli, la cui presenza non contrastata affatto con la prima versione, quella che vuole Moro seduto sul portabagagli. In entrambi i casi, c’è certezza sul fatto che lo sparatore fosse inizialmente in posizione frontale. La dinamica di quegli ultimi attimi di vita è, dunque, riscritta definitivamente. Il racconto del Ris è scarno, essenziale, e lascia vedere al di là un’immagine, quella di un delitto compiuto da professionisti del crimine, come suggerì il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. Non da militanti rivoluzionari che avevano scelto la lotta armata.