Parliamo del caso Unar, sollevato da Le Iene nella puntata di domenica scorsa. La ricostruzione fatta dalla trasmissione mette insieme due fatti molto diversi: c’è un’associazione, Anddos, che ha presentato un progetto insieme alla Sapienza di Roma per la formazione di operatori per centri antiviolenza. Ci sono poi dei circoli privati, che si affiliano a quell’associazione. In alcuni di questi circoli si fa anche sesso, tra adulti consenzienti. Il bando dell’Unar, che è destinato alle associazioni, finanzia il progetto non i circoli. Le Iene questo non lo ha specificato, creando anzi confusione a cominciare da uno dei titoli del suo servizio: “Orge omosex e Palazzo Chigi paga?”. Non è per tale finalità che servono i fondi pubblici. E questo è un fatto.

Nel servizio si vedono scene in cui alcuni adulti offrono sesso a pagamento all’operatore in incognito. La prostituzione non è reato, ma il suo favoreggiamento sì. Farà bene Anddos a indagare nei circoli in cui si sono verificati questi fatti, vedere se si tratta di casi isolati o se è un problema di più ampia portata e agire, con tutti i mezzi di cui può disporre. Anche legali, se necessario. Eppure, il racconto proposto è quello del finanziamento a luoghi in cui si consumano atti sessuali anche estremi. Se questa è informazione… (e no, secondo l’opinione di chi scrive è solleticare gli umori del pubblico).

Ho visto sia il servizio de Le Iene, sia la puntata di Matrix di ieri sera sull’argomento. Monica Cirinnà, che notoriamente non rientra tra le mie prime simpatie politiche, fa giustamente notare a Porro che il sottopancia utilizzato “Orge finanziate dal governo” è una palese bugia, visto che il governo non finanzia quel tipo di attività. Questo restituisce il clima che i media, a cominciare da Mediaset, stanno creando intorno alla vicenda. Spiace che nella puntata in questione, una giornalista come Luisella Costamagna si sia prestata a contribuire questo tipo di narrazione.

In tale processo di restituzione dei fatti, si può notare quanto segue: 1) un certo gusto a dileggiare Francesco Spano, ormai ex direttore dell’Unar. A partire dal colore del suo cappotto, ritenuto poco sobrio. C’è da chiedersi: a che pro? 2) La comunità Lgbt è stata ridotta ad una rappresentazione che altrove ho già definito come “pruriginosa e voyeristica” 3) La generalizzazione sui cosiddetti “locali gay”, formula-contenitore dentro la quale si mettono insieme sia i locali dove fare sesso, sia librerie, circoli culturali, pub e ristoranti dove fare aggregazione. Sarebbero contenti gli eterosessuali, immagino, se mettessimo nello stesso calderone club per scambisti e trattorie di cucina tipica regionale.

A pensar peccato, inoltre, parrebbe che questo scandalo, nato dalle soffiate di un certo “uccellino” (così è stato definito l’informatore da Le Iene), sembra essere funzionale ad attaccare l’Unar e a determinarne la chiusura. Come già chiedono personaggi e diverse sigle non proprio benevoli nei confronti del popolo arcobaleno.

Concludo con due considerazioni. La prima riguarda i circoli ricreativi. Sia le grandi associazioni – da Arcigay ad Anddos stessa – sia le più piccole, di natura locale, possono avere realtà affiliate come discoteche, pub, luoghi di ritrovo. Questi servono anche a finanziare le stesse. Dentro le associazioni si fa cultura, altrove ci si diverte. In alcuni locali si fa anche sesso. È un panorama che esiste da più di trent’anni e per molto tempo sono stati gli unici luoghi in cui i gay potevano incontrarsi in sicurezza. E lì si sono potute fare campagne di prevenzione per le infezioni sessualmente trasmissibili, ad esempio. Non è tutto una dark room, per intenderci.

La seconda riguarda il modo in cui è stata trattata la sessualità, più in generale. È comprensibile che una parte dei cittadini non si riconosca in certe abitudini sessuali – sesso di gruppo, sesso estremo, ecc – ma esiste anche una fetta di società che invece afferisce a quelle pratiche. Finché non rientriamo nell’ambito della violenza, della non consensualità e dell’illegalità, non abbiamo il diritto di criticare nessuno. Esiste sempre la possibilità di rifiutare ciò che non ci piace o di scegliere ciò per cui propendiamo. A meno che non si voglia vivere in uno stato etico. I servizi televisivi – faccio fatica a definirli “giornalistici”, ma questo è un mio limite – hanno invece stigmatizzato la sessualità: nello specifico quella praticata da una parte della comunità Lgbt. Perché non è tutto una dark room, come già detto, ma il fatto che possano esserci queste realtà rientra in quel vasto campo che chiamiamo libertà individuale, oltre che sessuale.