La crisi della diga di Oroville nella California centrale a nord di Sacramento − una struttura in terra molto alta (235 m) che invasa circa 4,4 miliardi di metri cubi − mette in luce la situazione critica di molte dighe non soltanto in California, ma in tutto il mondo industrializzato. Delle 1.585 dighe californiane, 1.142 hanno più di 50 anni. E nel mondo occidentale, la situazione non è molto diversa, anzi. La loro vetustà comporta fenomeni di obsolescenza strutturale, giacché i materiali da costruzione (calcestruzzo, terre o metalli) non sono eterni. Inoltre, i vecchi progetti sono talora insufficienti a garantire un’accettabile sicurezza in tema di sismicità, oggi nota in dettaglio assai maggiore di quando furono costruite. Lo stesso accade per la sicurezza idrologica, poiché l’idrologia (lo studio delle caratteristiche fisiche e chimiche delle acque, ndr) è diventata una scienza soltanto a partire dagli anni ’70 del secolo scorso e i cambiamenti climatici in atto possono mettere in crisi l’ipotesi di stazionarietà alla base di tutti i progetti. E le infrastrutture idrauliche di controllo e regolazione non sempre sono in sintonia con il regime idrologico e sedimentologico in evoluzione. Ma, rispetto alle quasi 600 grandi dighe italiane con più di 60 anni di vita in media, la diga di Oroville è abbastanza ‘giovane’, poiché iniziarono a costruirla nel 1961 ed è operativa dal 1968. Ha ‘solo’ una cinquantina di anni, la soglia tra maturità e obsolescenza.

Le dimensioni del problema sono consistenti. La diga ha due scarichi di fondo da 480 (per le turbine) e 150 metri cubi al secondo (per la manutenzione, ma questo scarico non è più operativo dal 2009). Lo sfioratore di superficie, che si è deteriorato, porta fino a 4.800 metri cubi al secondo, dieci volte più del turbinabile. Se lo sfioratore non sfiora, quindi sono dolori. Ad esso si affianca uno scarico di emergenza pseudo-naturale, a soglia non rivestita, la cui portata non è nota ma senza dubbio consistente. Proprio questo scarico, costituito da una diga ancillare in calcestruzzo lunga 502 metri e alta 9, è andato adesso in funzione, una circostanza mai accaduta nei 50 anni di esercizio. Senza contare che dagli anni ’70 in poi il vero problema della California sono state le ricorrenti siccità, che rendono indispensabili le dighe, un elemento vitale.

La crisi di Oroville è, almeno in apparenza, un incidente strutturale. Lo sfioratore della diga presenta una ferita profonda dovuta alla erosione, forse anche per via di fenomeni di cavitazione. Il distacco della vena fluida dal fondo del canale può provocare effettivamente questi disastri, non insoliti in questi organi molto delicati, che devono essere pronti a lavorare bene quando serve, cosa che accade saltuariamente e magari di rado. Ma guardando bene, il profilo longitudinale dello sfioratore – in apparenza rettilineo – si allontana un po’ dal profilo Creager, quello ottimale per evitare questi fenomeni. Se continuerà ad essere investita dal getto di migliaia di metri cubi d’acqua al secondo, la rottura non potrà che propagarsi. E i tecnici del California department of water resources (Dwr) sono tra l’incudine dello sfioratore in progressiva rottura e il martello di una eventuale rottura della diga ancillare, per via dell’erosione al piede dovuta alla soglia non protetta, forse per un problema di costi aggiuntivi (vedi schema qui sotto).

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Sia che fallisca la soglia di emergenza, sia che si distrugga definitivamente lo sfioratore, il rischio a valle non è legato soltanto all’onda idrica di piena. L’ingegnere Jerry Antonetti del Dwr ha avvertito che non è solo questione di acqua, ma sarebbero rocce e fango, alberi e cespugli flottanti, a rendere l’impatto dell’onda assai più pericoloso. Senza contare che l’evento catastrofico della rottura della grande diga in terra− per ora non in agenda − produrrebbe una enorme colata di fango, dovuta dall’erosione accelerata dell’ammasso che sarebbe rapidamente scalzato dalle acque. Il principio di precauzione che ha dettato l’evacuazione delle popolazioni di valle è perciò del tutto giustificato.

Dal 1998 al 2008, il numero delle dighe degli Stati Uniti che hanno registrato situazioni critiche (per carenze strutturali o idrauliche tali da rendere inaccettabile il livello di rischio) è aumentato del 137%, da 1.818 a 4.308 su un totale di circa 75mila tra grandi e piccoli sbarramenti. Se le dighe di proprietà federale sono generalmente in buone condizioni, i problemi strutturali e idraulici delle altre crescono rapidamente e, soprattutto, lo stanno facendo a un tasso superiore a quello con cui le dighe vengono ricondizionate. Nei primi dieci anni di questo secolo si sono registrati ben 70 incidenti, 19 dei quali in situazioni prossime al crollo. Le ragioni sono molteplici, legate all’obsolescenza progettuale e costruttiva, alla evoluzione del bacino idrografico e delle zone riparie, ai cambiamenti climatici. E alle semestrali di cassa: l’orizzonte di vita di una diga è di almeno 50 anni, mentre la finanza, che controlla la società che gestisce la diga, risponde agli azionisti in pronta cassa e ragiona quindi su orizzonti temporali un po’ più brevi. Si affrontano perciò a malincuore i costi aggiuntivi del ricondizionamento, costi da ammortizzare sul lungo periodo ma senza alcun fascino nel contesto di un brillante bilancio annuale.