Tempo fa in paese ci furono alcune ore di psicosi di gruppo. Pareva che una “zingara” avesse fatto alcune foto a dei bambini che giocavano nel parco. Scoppiò il tam-tam dei genitori che chiamarono prontamente i carabinieri sul posto. Si scopre poi che la signora in questione era una badante dell’Europa orientale di stanza nelle vicinanze. Chissà se quei genitori che avevano gridato alla “zingara” e al pericolo dell’uso lesivo di quelle foto non avevano anche loro decine di foto dei propri e altrui figli postate con leggerezza su Facebook, senza il permesso dei diretti interessati.

Un amico aveva ospiti a cena, aveva cucinato una pasta tipica della sua regione. Il piatto era fumante, pronto da addentare. Un commensale si alza in piedi e prega tutti di aspettare, deve prima scattare la foto e postarla sul profilo Facebook. Tempo che la tiritera è finita, la pasta è già fredda.

Perché il piacere di stare insieme tra due, quattro amici deve trasformarsi in un simposio virtuale consumato con altre centinaia? Abbiamo bisogno della loro approvazione? Della loro invidia? Della loro stima? La verità è che i social hanno invaso talmente tanto la nostra vita che ripensarla senza di loro è impossibile.

Leggevo alcune recensioni, per un futuro viaggio nel sudest asiatico, di un B&B stupendo nella giungla, disseminato di amache lungo il Mekong, immerso in un’atmosfera paradisiaca. I commenti sulla struttura erano favorevoli ma quasi tutti criticavano la scarsa connessione wi-fi. Se scegli di andare nel culo del mondo a che diavolo ti serve essere connesso 24/7? Per fare lo sborone e farti vedere dai tuoi amici?

Condividere è con-dividere, dividere con qualcuno, ma di tutta questa bulimia di immagini che fanno addirittura confondere, quanti ancora raccontano delle proprie esperienze? Quanti, senza mostrare subito la foto del piatto, raccontano le spezie dentro a un pollo tandoori mangiato in India o gli ingredienti per le empanadas argentine? Forse la gente non ha nemmeno più voglia di fare domande, di approfondire, di rischiare persino di fare la figura del bifolco in mezzo a tanti esperti di nozioni leggiucchiate di qua e di là sul web.

Siamo la generazione che ha perso la parola, il piacere della narrazione orale, del tramandare una storia. Un controsenso visto che mai come ora siamo partecipi dei lati più intimi di sconosciuti. Dicono che è colpa del tempo. Che la gente ne ha sempre meno, ma credo che sia la voglia di dedicarlo agli altri che manca. Trovare le parole azzeccate, ricreare un’atmosfera, un profumo che indugia solo nelle pieghe della nostra memoria richiede sforzo, dedizione, bisogna coltivare la forma, la lingua. E dopo tante, migliaia di immagini, non se ne ha più voglia, non si è più capaci. Ci si relaziona attraverso un risicato Bignami delle emozioni, del vissuto.

Da ragazza passavo le serate a parlare, consumavamo fiato, sigarette e vino rosso finché l’oste non ci sbatteva fuori, e anche lì, in piedi nel freddo padano non se ne aveva mai abbastanza di ritornare su un concetto, su una parabola ancora in volo. Un’amica mi ha detto che per il compleanno di suo figlio di undici anni ha dovuto confiscare tutti i cellulari degli invitati alla festa. Dopo molte resistenze i ragazzini hanno ceduto, ma poco dopo hanno cominciato a lamentarsi che “non sapevano cosa fare”, che “erano annoiati”. Come si aggregheranno questi ragazzi fra dieci anni se già adesso giocare insieme significa farlo ognuno attaccato al proprio telefono?

Non mi interessa la morale del giusto o sbagliato, mi interessa più la relazione tra causa ed effetto. E gli effetti di questa super pera di sedativo nel nostro cervello ancora non si conoscono, e quel poco che si sa non è ben augurante.

Gli scambi relazionali sono al minimo, anche le telefonate tra amici o famigliari si sono ridotte drasticamente, troppo personali ed emotivamente onerose da affrontare, meglio un messaggio.

Forse questo è il nostro destino, scorrere i giorni alla ricerca di una perenne distrazione, di un facile intrattenimento, ma voglio vivere il mio tempo sapendo di essere io, e io sola, la padrona dei miei pensieri.