Dopo aver concluso il folgorante, magnifico, indimenticabile Il simpatizzante, di Viet Thanh Nguyen (traduzione di Luca Briasco, pubblicato in Italia da Neri Pozza Editore), vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2016, ho maturato diverse riflessioni su questo importante riconoscimento. Rispetto a molti (non tutti, per carità) vincitori dei nostri tanto decantati premi letterari, dallo Strega allo Scerbanenco, negli Stati Uniti i premi sono vinti da grandi romanzieri, creatori di storie straordinarie, non dal lezioso accademico di turno che sa usare i congiuntivi, ma ignora il significato di plot comprensibile ai comuni mortali, non dal commercialissimo inventore di storielle per signorine da marito che amano un po’ d’azione, gli sbirri gentili e gli avvocati che si lavano le ascelle. C’è molto coraggio. E chi li promuove ne ha altrettanto. Molti autori che vincono o arrivano finalisti al Pulitzer insegnano scrittura creativa nelle università e sono stati allievi di altri insegnanti di scrittura creativa. Spesso mostri del Novecento. Da noi siamo tutti scrittori, senza leggere mezzo libro all’anno, sarà che ci piace fare da noi, evitare i confronti e i consigli.

Ma tornando al romanzo dello scrittore vietnamita naturalizzato statunitense, autore di questa importante epopea della mente di un uomo dalla doppia personalità, potremmo leggervi tanti significati, tutti attualissimi. Certo, il romanzo prende il via nel 1975, a Saigon, durante la caduta della città, si sviluppa nella California dei profughi sudvietnamiti trattati come cittadini di serie B dagli ex alleati, trova il suo apice nel sud-est asiatico logorato dalla follia dei Khmer Rossi, dall’invasione vietnamita della Cambogia, dalle scaramucce di confine tra Cina e Vietnam, dall’ortodossia comunista di Hanoi e dalla tragedia dei boat people, ma il messaggio proietta continuamente il lettore nella contemporaneità. Non è solo la storia di un doppiogiochista figlio di un prete europeo e di una contadina vietnamita al servizio del regime comunista che assiste a torture e violenze senza mai poter intervenire e che tradisce tutti, anche i suoi potenziali alleati, per rendersi conto che la sua diversità è unica, non comprensibile a nessuno. Il simpatizzante è il manifesto della chiusura dei confini, è la pressione di milioni di esseri umani costretti a subire le follie dei vari Trump del primo mondo, è la tragedia di non poter più credere alle rivoluzioni, non necessariamente ideologiche, è la sconfitta dell’inserimento in una cultura altra, il trionfo dello spaesamento, la rivendicazione dei segreti e degli alibi che sono parte integrante del cervello umano.

Ne Il simpatizzante è evidente un’influenza di Graham Greene, soprattutto nel tratteggiare il lato umano di una spia, anche se Viet Thanh Nguyen possiede una vena ironica, a tratti grottesca, che mancava totalmente all’inarrivabile autore inglese. Vengono elencate le opere che hanno ispirato la storia, tra gli altri compare anche Tiziano Terzani, ed è presente una componente drammaturgica che richiama a Richard Mason, Denis Johnson e Adam Johnson, ma la ritmicità e la musicalità che personalmente ho più ritrovato nel libro sono quelle di un altro autore vietnamita, naturalizzato australiano, Nam Le. Il suo I fuggitivi (uscito in Italia nel 2009, pubblicato da Ugo Guanda Editore, traduzione di Elisa Banfi) richiama a una sensibilità che forse è comune a tutti i figli di sradicati: e anche questo è un tema molto attuale se pensiamo a quello che sta succedendo nel mondo.

Nel romanzo c’è anche una parte dedicata ai famosi film sulla Guerra americana nel Vietnam. È una critica a Hollywood, al suo modo di interpretare in maniera assolutamente imparziale la Storia, al suo disinteresse, voluto, al punto di vista non statunitense. In un’intervista Viet Thanh Nguyen ha dichiarato di preferire il film sperimentale del 1968 di Emile De Antonio, In the year of the pig, ai tanti colossal usciti negli anni successivi dedicati al conflitto vietnamita. La notizia me lo ha reso ancora più “simpatico”: è uno dei film su cui ruotava la mia primi tesi di laurea.