Ci eravamo appena abituati a pronunciare correttamente Ttip che non ce n’è più bisogno. L’acronimo che indicava il trattato commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea, definitivamente archiviato con la vittoria di Donald Trump che già in campagna elettorale aveva promesso misure protezionistiche per rilanciare il mercato interno, è stato superato da un nuovo accordo economico tra Unione europea e Canada: il Ceta – Comprehensive economic and trade agreement.
Il Parlamento Europeo ha dato il suo via (ora manca quello dei parlamenti nazionali) approvando una collaborazione che prevede l’apertura a servizi e investimenti, riconoscimento delle qualifiche professionali, maggiore libertà di circolazione, ma soprattutto un taglio definitivo al 92% dei dazi a cui sono sottoposti i prodotti agroalimentari europei che entreranno in Canada, nonché il riconoscimento e la tutela di 143 prodotti a indicazione geografica, di cui 41 italiani.

Troppo poco per chi pensa che i prodotti locali europei da tutelare siano molti di più.
Così se da una parte Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, è convinto che “chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità non potrà che sperare che l’accordo venga rigettato”, dall’altra, Alessia Mosca, coordinatrice dei Social democratici alla Commissione commercio internazionale di Strasburgo, spiega che “il Ceta riuscirà a stabilire condizioni più eque e un maggior grado di reciprocità”. Sono infatti le piccole e medie imprese a soffrire di più a causa delle barriere non tariffarie, ad esempio quando devono ottenere una doppia certificazione, nel Paese d’origine e in quello di esportazione, pratiche burocratiche sicuramente più agevoli per le grandi multinazionali. E uno degli obiettivi dell’accordo è proprio quello di eliminare un po’ di scartoffie.

Ora, come ci si deve porre nei confronti di questo trattato? Personalmente non sono contraria, non penso che porterà conseguenze catastrofiche per il settore agroalimentare, penso anzi che di fronte alla globalizzazione sia meglio definire delle norme, a patto che queste mantengano gli alti standard di qualità ambientali e produttivi in vigore e che semmai puntino a migliorarli.

Però il punto è un altro.

Quando ho letto la notizia in uno dei principali quotidiani nazionali mi sono sorpresa perché fino ad allora non avevo sentito parlare, discutere, confrontarsi nessuno sul tema. Ho pensato che probabilmente mi fosse sfuggito, ho quindi fatto un piccolo sondaggio tra agricoltori e viticoltori amici ma nessuno conosce l’accordo Ceta.

Eppure riguarda uno dei settori più sensibili dal punto vista economico, sociale e ambientale del nostro Paese. Tra Roma e Ottawa, infatti, non c’è un rapporto ‘banale’: l’Italia è l’ottavo fornitore del Canada, con un volume di oltre 700 milioni di euro di prodotti agroalimentari esportati Oltreoceano. Possibile che non ci sia stata una discussione approfondita anche nell’opinione pubblica, che non ci sia stato modo di ascoltare l’esperienza e la visione di chi è coinvolto direttamente in questo scambio. Chi tutti i giorni va al supermercato per fare la spesa ha il diritto di scegliere in modo consapevole quello che compra.