Dalla sera dell’incidente non aveva mai parlato. Si era avvalso della facoltà di non rispondere durante la fase istruttoria né aveva mai messo piede in aula. Lo ha fatto dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero Walter Cotugno: 20 anni e 7 mesi, senza attenuanti generiche, concesse invece al pilota Antonio Anfossi proprio perché si era sottoposto all’interrogatorio e all’esame durante il processo. Roberto Paoloni, il comandante del cargo Jolly Nero che la sera del 7 maggio 2013 abbatté la Torre Piloti del porto di Genova provocando 9 morti, ha reso dichiarazioni spontanee mercoledì. Nessuna ammissione di colpa, anzi: “Il pilota e i rimorchiatori pensarono solo a fuggire” ha detto.

Quella sera ci fu chi sbagliò, secondo il capitano, ma certamente non furono né lui né il responsabile a terra della sua compagnia di navigazione Messina, Giampaolo Olmetti, che secondo l’accusa merita la condanna a 17 anni perché in sostanza non ha mai analizzato bene né disposto correttivi alle continue situazioni di pericolo in cui si erano trovate le navi della flotta. Tradotto: sbagliò il pilota, sbagliarono i rimorchiatori. Non lui, non i suoi superiori a terra. Così la pensa Paoloni, che si dice “sconvolto da quanto successo” e di aver vissuto in questi anni “con il pensiero costante delle persone scomparse”.

In aula, in tribunale, il comandante Paoloni sciorina il curriculum, i 25 imbarchi sulle navi Messina “sempre effettuati con successo anche in condizioni meteo sfavorevoli”. E giù con il racconto dei minuti che precedettero l’impatto con la Torre Piloti. Un ricostruzione che Alessandra Guarini, Massimiliano Gabrielli e Cesare Bulgheroni, difensori della “mamma coraggio” Adele Chiello Tusa, che nel crollo perse il figlio Giuseppe, giudicano come “un tentativo estremamente tardivo e mal congegnato, se non suicida” di “guadagnarsi uno sconto di pena” tenuto conto che “oltre a risolversi nel più classico ed inutile scaricabarile in quanto l’imputato non fa altro che accusare tutti meno che se stesso per ciò che è accaduto quella notte trascura di considerare che tutti hanno eseguito gli ordini che gli erano stati assegnati sotto il suo comando”.

I ricordi di Paoloni partono dalle 20.30, quando salì sul ponte dove trovò “la check list e la pilot list card”. Sono documenti che deve firmare, poiché certificano che tutta la strumentazione di bordo sia funzionante. Un compito che – specifica – spetta all’ufficiale di guardia, Cristina Vaccaro, imputata per falso. Quei fogli erano sistemati in maniera tale, sostiene il comandante, che lui riuscisse a vedere solo lo spazio per le firme, che appose. E questo è uno dei punti di contestazione del processo: i contagiri in plancia erano infatti inservibili, ma segnati come funzionanti su quei documenti firmati da Paoloni.

Dopo aver ripercorso tutte le fasi di disormeggio, il Jolly Nero entra nelle fasi cruciali di manovra per uscire dal porto di Genova. Sono le 22.16. “Il comandante – spiega – nel corso della manovra di uscita deve stare al suo posto ovvero sulle alette della nave, pronto a intervenire in caso di qualche anomalia nella direzione della manovra”. Chi invece la effettua materialmente “è il pilota”, in questo caso Antonio Anfossi, “con l’ausilio dei rimorchiatori”.

Per Paoloni, tuttavia, Anfossi non avrebbe mantenuto la calma come lui quando si accorsero che il cargo non riprendeva la marcia in avanti andando a sbattere e i rimorchiatori “anziché prestare assistenza e soccorso hanno unicamente pensato di salvare loro stessi, lasciando che la nave finisse addosso alla Torre Piloti e prendendo la via di fuga”. Nella verità di Paoloni, secondo i legali di Chiello Tusa, manca un passaggio: “Era sua la responsabilità di vertice e supervisione, al di là del fatto che le sue dichiarazioni sono totalmente smentite dalle carte processuali e dalle registrazioni della scatola nera – spiegano – Peggio di Schettino quando affermò che Ambrosio e tutti gli ufficiali di plancia della Concordia gli avevano passato il comando della nave senza dirgli che stava andando sugli scogli”.