Condannato sulle intenzioni. Che poi si rivelarono inesistenti perché confessate da testimoni sotto tortura, dunque proclamatori del falso pur di sopravvivere. Il regista e attivista ucraino Oleg Sentsov, 41 anni a luglio, sta scontando dall’agosto 2015 una pena di 20 anni in un carcere della Siberia con l’accusa di terrorismo contro la nazione russa. Egli è innocente, ma Vladimir Putin non vuole sentire ragioni e – fino a prova contraria – Sentsov rimarrà dietro le sbarre presso i gelidi confini del pianeta. La sua storia è nota nel mondo, che lo sostiene senza esitazioni, e quanto è passato alla 67ma Berlinale gli scorsi giorni dal titolo The Trial: The State of Russia vs Oleg Sentsov è il primo “film/documento” sui fatti legati al suo caso. A realizzarlo è stato il regista uzbeko residente in Russia Askold Kurov, già acclamato per documentari di denuncia politico-sociale e naturalmente profondamente coinvolto nel promuovere la causa del collega ucraino.

L’importanza di questo film è tale da aver accompagnato le celebrazioni berlinesi dei 30 anni della European Film Academy – l’associazione che organizza gli European Film Awards, cioè gli Oscar europei – e da aver ancora maggiormente mobilitato l’opinione pubblica dell’intero festival con locandine, volantini e proclami a favore della scarcerazione del cineasta. Realizzato dunque con la motivazione di “mostrare l’innocenza del condannato”, il documentario di Kurov si astiene da velleità registiche concentrandosi esclusivamente sulla messa-in-fila degli eventi inerenti “il caso Sentsov” e alle conseguenze degli stessi sul protagonista e sulla sua famiglia, a partire dall’accusa da parte dell’intelligence russa di essere un terrorista.

Se è pur vero che Oleg – per cui anche Amnesty è intervenuta – non abbia mai smentito la propria appartenenza al movimento oppositore al regime di Putin, è altrettanto vero che le accuse mosse contro di lui da testimoni vessati siano infondate. Ma ancor più grave è che un leader politico come Putin possa condannare sulla base delle intenzioni: siamo in un caso conclamato di totale inesistenza di prove. The Trial ci mostra tutto questo, includendo interviste a Sentsov e ai testimoni accusatori, e mettendo in scena i momenti più salienti del processo, in cui l’applicazione della giustizia russa si colora di grottesco per la sua falsità.

Tra le scene più toccanti certamente la telefonata fra il regista incarcerato e i suoi figli, ancora piccoli, che tra le lacrime lo implorano di tornare a casa, mentre fra quelle più significative la ripresa della tavola rotonda imbandita da Putin con il gotha della cultura della Federazione: fu durante una di quelle assemblee che il grande regista Aleksandr Sokurov prese la parola pregando il presidente russo di “riaprire il gravissimo caso contro Sentsov”. Come risposta Putin fu implacabile: “quell’uomo era intenzionato ad atti terroristici e sovversivi contro la Nazione e doveva essere punito”. Ogni commento diventa superfluo e la Berlinale, storica cine-vetrina che dà amplio fiato al dibattito sui diritti socio-politici, ha fatto il proprio dovere.