Apprezzo il giornalismo d’inchiesta di Riccardo Iacona e dei suoi collaboratori a Presa Diretta ma da videogamer quanto visto nella puntata del 6 febbraio scorso mi ha lasciato l’amaro in bocca. Lungi da me negare l’esistenza di casi patologici di dipendenze dal web e videogames, come quelli mostrati nella parte finale del servizio di Giulia Bosetti, ma è possibile che ogni volta che si parli di videogiochi in tv lo si faccia, purtroppo anche in questo caso, in modo un po’ superficiale ed in ottica negativa?

Il servizio dopo aver affrontato il capitolo youtuber ed influencer in modo abbastanza approfondito vira su riprese dal Lucca Comics e dal Milan Games Week: qui iniziano i dolori. I tornei dedicati agli sport elettronici vengono riassunti in un semplice “giocare insieme dal vivo dopo essersi affrontati sul web”, nessun accenno a giocatori professionisti, squadre, associazioni e quant’altro ruota intorno agli eSport. Eppure ci sarebbero tanti esempi positivi in Italia di cui parlare, vedasi ad esempio il caso di Mattia “Lonewolf92” Guarracino, giocatore professionista di Fifa ingaggiato dalla Sampdoria, vedasi il Team Forge, che ha raccontato la propria esperienza giornaliera in un mini documentario, vedasi i ragazzi di Games Kingdom con il loro progetto d’alternanza scuola-lavoro.

Le domande fatte nelle due interviste successive, poi, erano incentrate solo sul numero di ore “sprecate” giocando: il primo, un genitore di un bimbo di 7 anni che, un po’ imbarazzato, ammette che “purtroppo” il figlio gioca 4 ore al giorno, forse troppe, forse no (personalmente – ed avete tutto il diritto di contraddirmi – penso che molto dipenda dal tipo di videogioco: esistono titoli educativi, esistono avventure che narrano una storia, esistono titoli che possono stimolare l’inventiva); il secondo intervistato, un ragazzo che ha su consolle all’attivo 119 giorni di gioco in 3 anni, calcolati in 2856 ore dall’amico nello stupore dell’inviata: facendo due calcoli 2856 ore in 3 anni (1095 giorni circa) ammontano a poco più di due ore e mezza al giorno, sono davvero così tante se comparate alle 4 ore e 40 minuti che mediamente un italiano passa davanti alla televisione?

Arrivano le immagini delle truppe imperiali, cambia un po’ l’argomento, si parla teoricamente di cosplay (ovvero la pratica di vestire i panni dei personaggi di videogames, serie tv o fumetti) ed anche in questo caso, purtroppo, in modo superficiale a partire dall’introduzione stessa: legare il fenomeno del cosplay al solo ambiente videoludico è errato tanto quanto dire che la volontà di chi fa cosplay sia di “immergersi nel mondo dei videogiochi”, soprattutto se le riprese inquadrano i membri della 501st Legion Italica, che dubito abbiano tratto la loro passione per Star Wars dai videogame. Come per il capitolo precedente, due interviste: la prima potremmo pure sorvolare, ma la seconda sembra montata appositamente per mettere in risalto il “negativo”: l’intervistata è DatMommy, giocatrice di LoL, streamer e cosplayer, piccola spiegazione sull’attività da streamer e subito dopo un taglio l’inviata fa una domanda su eventuali situazioni brutte, a cui la ragazza sinceramente risponde narrando due episodi poco carini, che purtroppo si sa essere all’ordine del giorno sia sui commenti di Twitch, sia nella marmaglia dei social network.

Basandosi su quanto mostrato, lo spettatore medio ha avuto modo di farsi un’idea sul perché DatMommy e tanti come lei, in Italia e nel mondo, fanno streaming online delle proprie partite? No. Ha avuto modo di capire davvero cosa sia il fenomeno del cosplay e di capire il lavoro e la passione che sta dietro ogni costume e personaggio? No. Io trovo il fenomeno una cosa splendida: fornisce occasione di aggregazione per tanti giovani (e meno giovani), permettendo loro di dar sfogo alla propria creatività nel realizzare costumi, armi e armature, e facendo loro scoprire lavori manuali, come la sartoria, che in una società moderna ed automatizzata non sono generalmente necessari.

Non riesco ancora a comprendere perché i media main stream pecchino spesso di superficialità parlando del mondo dei videogames, dando un servizio limitato a coloro che si informano esclusivamente mediante essi, e finendo per rendere  ricorrenti (e stancanti) le varie battaglie contro i videogames violenti, i servizi dove i videogiocatori vengono dipinti fondamentalmente come “sfigati rinchiusi in una stanza a perdere il loro tempo” ed il tirare in mezzo il videogioco se possibile dopo stragi o fatti di cronaca nera. Quello che forse spesso sfugge è che i videogiocatori non sono entità aliene, ma persone comuni che semplicemente preferiscono impiegare il loro tempo libero giocando con la propria consolle, con il proprio pc o il proprio smartphone.