Il Tesoro avrebbe dovuto “evitare di stipulare nuovi contratti con Morgan Stanley, in quanto ciò avrebbe accresciuto il valore nominale complessivo dell’esposizione in derivati, accrescendo di conseguenza il rischio“. A scriverlo è Ugo Pomante, docente dell’università di Tor Vergata, nella perizia scritta nel 2015 per i magistrati romani che stavano conducendo un’indagine (poi archiviata) sui contratti sottoscritti dal ministero dell’Economia con le banche d’affari a partire dagli anni Novanta. A riportarlo è L’Espresso, che nel numero in edicola pubblica alcuni stralci del più famigerato: quello in forza del quale all’inizio del 2012 l’allora neonato governo Monti dovette versare oltre 3,1 miliardi a Morgan Stanley che, troppo esposta nei confronti del debito pubblico italiano, fece appello a un codicillo che le consentiva di chiudere anzitempo il contratto Isda Master Agreement sottoscritto nel 1994 con il Tesoro (di cui all’epoca era direttore generale Mario Draghi) facendosi restituire l’intero valore di mercato della posizione. In quella fase particolarmente alto in seguito alla debolezza finanziaria dell’Italia, i cui titoli di Stato in quei mesi arrivarono a rendere oltre 500 punti più degli omologhi tedeschi a causa del rischio percepito dagli investitori.

La perizia di Pomante, sottolinea Luca Piana (autore di un libro inchiesta sull’argomento) sul settimanale del gruppo Espresso, fa nascere il dubbio che non tutti al Tesoro fossero a conoscenza di quella clausola. Per questo nessuno si curò di controllare se il valore di mercato complessivo (in gergo “mark to market”) dei contratti con la banca d’affari avesse superato i 50 milioni di dollari, soglia oltre la quale l’accordo prevedeva che l’istituto potesse decidere di chiuderli tutti in anticipo chiedendo al governo italiano di pagare l’intera cifra. Il ministero avrebbe di conseguenza dovuto “evitare di stipulare nuovi contratti con Morgan Stanley”, cosa che avrebbe accresciuto “il rischio di allontanarsi ulteriormente dalla soglia stessa” e di subire un salasso, come poi è avvenuto. Invece nel 2003, 2006 e 2008, per esempio, furono rinegoziati diversi contratti, con benefici di cassa immediati ma con il risultato di aumentare le perdite potenziali per il Tesoro visto che in realtà l’asticella dei 50 milioni era già stata ampiamente superata “da almeno dieci anni”.

“E’ lecito ipotizzare che tale indifferenza sia figlia del fatto che il ministero dell’Economia ignorasse l’esistenza della suddetta clausola”, scrive l’esperto, che cita anche una testimonianza della responsabile della Direzione debito pubblico Maria Cannata secondo cui lei stessa non avrebbe “avuto conoscenza di tale clausola sino al momento in cui il Tesoro ha dovuto assorbire il pacchetto di contratti della ex Infrastrutture spa”, finanziaria pubblica che nel 2005 è stata incorporata da Cassa depositi e prestiti.

Infine la questione della riservatezza. Il contratto tra ministero e Morgan Stanley, come gli altri 12 contenenti clausole di risoluzione anticipata, è sempre stato tenuto segreto: il ministro Pier Carlo Padoan ha spiegato che divulgarlo metterebbe l’Italia in una situazione di “svantaggio competitivo” nei confronti degli istituti e degli altri Stati che fanno uso di questi strumenti. Tuttavia L’Espresso scrive che la clausola di riservatezza presente nel Master agreement del 1994 stabilisce che i contenuti possano essere resi pubblici dal Tesoro se a chiederli sono alcune istituzioni, in particolare una corte o un “corpo legislativo”. “Forse, dunque, basterebbe una mozione del Parlamento per iniziare a fare chiarezza”. Secondo i parlamentari M5S, che da tempo chiedono di vedere i contratti, l’inchiesta del settimanale dimostra che “il pretesto della segretezza per tutelare lo Stato nei rapporti con le controparti private rappresenta soltanto una scusa per coprire nefandezze e incompetenza di gravità criminale, visti i tagli agli investimenti e al welfare cui abbiamo nel frattempo assistito negli ultimi anni”. Ora, proseguono, “è evidente che abbiamo tutti i titoli per vedere le carte e i termini tecnici delle decine e decine di contratti che ancora zavorrano il bilancio italiano”.

Va ricordato che in generale quasi tutti i contratti derivati presenti nel portafoglio di via XX Settembre, il cui obiettivo sulla carta era proteggere la Penisola da un aumento dei tassi di interesse, si sono rivelati un boomerang: tra 2011 e 2015 gli effetti sul debito pubblico sono stati costantemente negativi, cioè invece che alleggerire la zavorra l’hanno appesantita di ben 23,6 miliardi. E gli ultimi calcoli mostrano che nei prossimi anni rischiamo perdite potenziali per oltre 36 miliardi di euro.