Quando Sanremo deraglia, sballa, finisce fuori strada, travolge l’imbalsamata ordinarietà della gara e tutti i crismi della tradizione fatta di mille violini suonati dal vento e dalla contrizione pop dei cantanti che vogliono vincere. Dieci partecipazioni fuori dall’ordinario, assurde, folli, impensabili, indimenticabili e dimenticate al Festival più amato d’Italia.

1988 – I Figli di Bubba – Nella valle dei Timbales

Nell’anno in cui Massimo Ranieri trionfa con Perdere l’amore, al 16esimo posto (su 24 concorrenti) con ben 115.968 voti si classificano I figli di Bubba. “Dopo una vita di risparmi, di bot e cct/Io devo proprio riposarmi, andare via di qui/Fanculo all’esclusiva, fanculo alla tivù/Saluti a tutti quanti, non vi vedrò mai più/Andrò laggiù nella valle dei Timbales”. Attacca così il brano scritto e interpretato da Mauro Pagani assieme a Franz Di Cioccio, e cantato sul palco dell’Ariston anche dai comici Enzo Braschi e Sergio Vastano, dal discografico Roberto Manfredi, e dai giornalisti Roberto Gatti e Alberto Tonti. I Figli di Bubba sono probabilmente la prima vera prova di sfottò e satira musicale rispetto agli schemi dominanti della storia di Sanremo. Le due stelle della PFM, Pagani e Di Cioccio, in versione divertita e uggiolante, intonano l’orecchiabile inno di fuga dallo yuppismo imperante di quegli anni, imbastendo uno spettacolo coreografico che anticipa clamorosamente la camminata a scatti che i Genesis faranno propria per I can’t dance nel ’91. Nella serata finale lo show con tanto di fiori lanciati al pubblico prima della fuga, con valigia; Pagani al suo classico assolo al violino (serio e faceto insieme che nemmeno Elio e le storie tese); e il coro finale che fa “Laggiù con le dita nel naso, le lenzuola di raso, e il mio amico Tommaso”. Da rivedere e riascoltare perché ogni tipo di deviazione, finanche demenziale, dalla vulgata ufficiale del festival inizia da qui. Mauro Pagani nel 2013 e nel 2014 a 67 anni è diventato direttore artistico del festival targato Fazio/Littizzetto.