L’avete visto Sanremo? Avete seguito il festival della canzone italiana? Benissimo, perché seguendolo avete detto, affermato, urlato nuovamente e a gran voce: “Noi vogliamo, desideriamo e dunque ci meritiamo questa immensa giostra grazie alla quale la musica, quella vera, si ritrova a chiedere altrove diritto d’asilo”. Già, perché la vera musica, quella che in Italia trova sempre meno spazio, finanziamenti e attenzioni, si ritrova, dal Paese che le ha dato origine, a cercare asilo altrove, in Paesi certamente più lungimiranti e colti, più attenti alla formazione dell’individuo e alle sue necessità interiori.

Qui, da noi, ci bastano Sanremo e i talent show: il resto può tranquillamente andare a farsi friggere. E siccome Sanremo è oramai il più grande talent della tv italiana, ecco consumarsi in quest’ultima edizione il matrimonio tra la reginetta dei talent e il conduttore per antonomasia, felici e contenti di offrire non uno, ma ben cinque giorni di assoluto nulla musicale. Perché nulla musicale?

Perché una kermesse di sole voci, peraltro altamente discutibili, dove gli autori, quelli che danno vita a ciò che ascoltiamo, restano sempre nel più grande anonimato, non può certamente dirsi un momento di vera musica. Perché una kermesse nella quale brani come Tear Drop dei Massive Attack, e mille altri che da più di venti anni fanno la storia della popular music mondiale, non riuscirebbero neanche a superare le preselezioni, non riuscirebbero neanche ad arrivarci sul palco dell’Ariston, non può che dirsi una caverna sonora, fedele specchio di una società culturalmente arretrata che fa morire la vera arte ingrassando il più becero intrattenimento televisivo.

Perché una kermesse che è diventata il dopolavoro dei fenomeni stagionali dei talent televisivi non può che dare il colpo di grazia ai veri talenti della musica leggera, agli odierni Battisti, Battiato, Vecchioni, Branduardi, De André e mille altri che in un talent, per una questione di costituzione culturale e umana, non potrebbero mai metterci piede, restando dunque tagliati fuori da tutto.

Vince solo l’esibizionismo, e questo con la musica ha ben poco a che fare. Quella versus Sanremo non è puzzetta sotto il naso, ma una presa di posizione cosciente, culturale: perché continuare a buttare soldi, ingrassando le tasche dei soliti noti, in una kermesse di non-autori musicali, di volti fantoccio, di meteore nascenti e morti di fama? Che c’azzecca tutto questo con la musica? Perché non iniziare ad alzare il tiro? O si preferisce tenere la gente a pane e Clementino? Sarebbe il caso che gli italiani si concedessero un sano, salubre scatto d’orgoglio: perché nessuno manifesta quando si chiudono i teatri, si cancellano i corpi di ballo, si riducono drasticamente i finanziamenti alla cultura, alla musica?

Perché forse più di undici milioni di italiani, quelli cioè che hanno seguito la prima tra le cinque puntate sanremesi, e forse anche molti di più, hanno completamente equivocato, scambiando la musica con queste specie di surrogati sonori dai quali a uscire vincitori sono solo conduttori e case discografiche, ma non certo l’arte del suono, che è ben altra cosa.

Tutti a dare voti, tutti a fare pagelle, tutti a stilare classifiche come si fosse alle corse dei cavalli: siamo proprio nel Paese del tifo calcistico, del tifo politico, del tifo e basta, dove tutto ciò che assume grandi dimensioni deve in qualche modo poter essere tifato. Non siamo più il Paese del bello, dell’arte, del gusto: ci meritiamo Sanremo, ci meritiamo i talent, ci meritiamo tutto ciò che uccide l’arte consegnandola al superfluo, al chiacchiericcio da bar. Contenti voi, contenti tutti (o forse no): buona finale.

PS: vi lascio col bello, sia mai che qualcuno si redima.