Quest’anno il Festival è finito presto. Poco dopo la sigla di apertura, ancora spenta l’astronave di Star Trek sul palco, quando un commosso Tiziano Ferro ha omaggiato Tenco. Nel trionfo – nella soavità – del bianco e nero, ha tolto quel macigno che da mezzo secolo pesa sulla coscienza di Sanremo, e lo ha piazzato sullo stomaco del suo presente. Perché Tenco è la grandezza nostalgica del passato, e lo è pure Ferro, ultima star italiana a potersi costruire una carriera di livello mondiale prima che la discografia nazionale si infilasse in un’irreversibile crisi sistemica dove fatica a valorizzare gli artisti e a pianificare strategie plausibili.

Con una inconscia vocazione all’autolesionismo, Sanremo 2017 ha fatto subito harakiri, come ha dimostrato anche la carrellata iniziale delle perle che in 50 anni non hanno neppure vinto la kermesse: in un buco di tempo decennale dall’inizio del millennio gli autori tv non ne hanno trovata neppure una, e poi ci hanno fatto rivedere Emma e i Modà, brava gente, ma mica Vasco o Battisti. Lo spirito dei tempi è questo: nessuno compra più dischi, perché non esiste più un pubblico disposto a concedersi “l’ascolto emotivo”, qualcosa che ti graffi davvero l’anima anche quando si parla di musica leggera. Si obietterà: non esageriamo, sono solo canzonette. Figurarsi. E anche se Conti ci ripropone la burla toscanaccia delle “canzoni al centro del Festival“, qui il gioco è ben diverso. Come in serie A, qui gira tutto attorno ai risultati dell’audience, non al trallallero nazionale. Il carrozzone rivierasco viene montato e acceso perché Raiuno porti a casa il bilancio nel “periodo di garanzia”, vendendo a peso d’oro gli spot.

E l’audience della prima serata è stato, numeri alla mano, a doppia lettura: 50 e spicci per cento, più di 11 milioni di spettatori. Gli stessi dello scorso anno: vuol dire che la struttura contiana tiene bene, con i suoi automatismi, e che l’ingaggio della De Filippi è stato superfluo? Forse. Ma Carlo non sa chi si è messo in casa, perché dopo mezz’ora ha capito che all’Ariston, più che la Maria di “Amici” è venuta quella di “C’è posta per te” e di “Uomini e donne”, tra passeggiatine, racconti, sedute sui gradini e quell’allure da maestra severa, oscuramente perversa, che quando impugna la cucchiarella temi voglia bacchettare il fiorentino, non omaggiare Ricky Martin. Undici milioni di spettatori a orbitare senza gravità nella galassia del nazional-popolare, in un movimento liturgico lento, arrestatosi dopo l’una di notte, rassicurante ma al tempo stesso straniante. Undici milioni di italiani che hanno ascoltato gli artisti con la paletta in mano, pronti a bocciarli, meno a sostenerli: se davvero la musica fosse al centro di tutto, basterebbe che ogni teleutente comprasse una canzone, e avremmo ridato ossigeno alla filiera.

Invece non è mai così: nell’edizione 2016 il pezzo più venduto è stato quello di Alessio Bernabei, la miseria di 20mila copie, e quello di quest’anno è la sua brutta copia. Insomma, anche nel Festival 2017 le canzoni si fatica a trovarle. Le eccezioni? Un superbo Fabrizio Moro, con una ballata sincera e la voce di carta vetrata; un autorevole Ron, finito inopinatamente in zona rischio con un tempo medio di grana fine scritto con i ragazzi de La Scelta, uno sbarazzino Samuel, che sembra il più contemporaneo di tutti ma se ascolti bene pare un’autocitazione dei Subsonica anni Novanta. Elodie è brava, ma fatica a restare infilata dentro uno spartito vagamente verboso e un po’ passé. Al Bano è perfetto dentro la bolla di Star Trek, e per una volta pare umano – la voce arrochita dai rovesci di salute – con la sua romanza che verrà ignorata dagli acquirenti italiani ma sfonderà in Kazakistan. Malissimo Giusy Ferreri, che finisce in nomination distruggendo con un’esibizione caotica un pezzo costruito chirurgicamente per le radio, inconsistente la Comello con il suo compitino da Eurovision, troppo moscio Clementino, mentre Ermal Meta convince ma non abbaglia con il tema sociale (la violenza domestica subita dalla madre) di questa edizione. Poi c’è la Mannoia, certo. Che recita da Mannoia, e di lei si deve dir bene per forza anche quando la proposta galleggia sulla sufficienza. Che poi il Cardinal Ravasi ne retwitti entusiasta il testo, anche questo è un segno, ma non una manifestazione del Divino.