“Se si vogliono sondare le ragioni di certe sciagure si guardi prima di tutto altrove, magari in famiglia” scrisse in un comunicato il segretario generale del Cosis, sindacato indipendente di Polizia, Franco Maccari. Era il 1 novembre e il giorno prima la corte d’Appello di Roma aveva assolto tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e spirato una settimana dopo nell’ospedale Sandro Pertini dopo essere stato picchiato come ipotizza la procura di Roma. Il giorno del verdetto nel comunicato di Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato di polizia Sap, invece si poteva leggere: “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”. Il 4 novembre Donato Capece, segretario del Sappe, era andato oltre parlando ai microfoni de La Zanzara su Radio24: “Stefano Cucchi è stato abbandonato dalla famiglia, se lo avessero seguito più da vicino probabilmente l’avrebbero salvato da una cattiva strada, cioè lo spaccio della droga. La famiglia – aveva detto doveva seguirlo meglio e recuperarlo, aveva bisogno di essere seguito dai familiari e non di essere abbandonato al suo destino”. Chi ha determinato il destino di Cucchi sarà stabilito dal processo che sarà celebrato se il gup di Roma deciderà di rinviare a giudizio i tre carabinieri indagati per omicidio preterintenzionale. Intanto per il giudice per le indagini preliminari di Roma, Elisabetta Pierazzi, quelle affermazioni su Cucchi e la sua famiglia configurano una diffamazione. Il gip ha restituito gli atti al pm, che aveva chiesto l’archiviazione cui si era opposta la famiglia Cucchi, per formulare l’imputazione di diffamazione.

Su quello che potrebbe essere stato il senso di abbandono vissuto fa Cucchi la sorella Ilaria ha anche scritto il libro “Vorrei dirti che non eri solo”. La paura della sorella era proprio quella che Stefano possa essere morto “forse pensando di essere stato abbandonato dalla sua famiglia, mentre semplicemente non ci lasciavano entrare. Vorrei potergli dire che non era solo…”. Lo scorso 5 ottobre il gip si era riservata di decidere sull’opposizione all’archiviazione che riguardava anche il senatore Roberto Formigoni per dichiarazioni rese nella trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora” del 5 novembre 2014. Oggi la restituzione degli atti alla Procura. Il gip ha archiviato la posizione di Formigoni nel corso di un’intervista a “Un Giorno da Pecora”. “Non conosco personalmente il ca però Stefano Cucchi è uno che purtroppo era coinvolto pesantemente nel mondo della droga, ne faceva uso personalmente, spacciava, era stato più volte ricoverato in ospedale per aver subito pestaggi da gente del suo ambiente. Certo, quel che è successo in carcere va investigato fino in fondo”.

Gli inquirenti romani hanno chiuso le indagini sulla sua morte contestando ai militari dell’Arma di averlo arrestato e pestato a sangue. Ai carabinieri che lo fermarono – e cioè Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, per aver sottoposto Cucchi “a misure di rigore non consentite dalla legge” con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento“. Le accuse di falso e calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria processati e assolti nella prima inchiesta, sono invece contestate a vario titolo a Tedesco, a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione Appia, dove fu portato Cucchi dopo il suo arresto il 15 ottobre del 2009. Cucchi – come si legge nell’avviso di chiusura delle indagini, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio – fu colpito a “schiaffi, pugni e calci“. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”, provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte“.

“Le lesioni procurate a Stefano Cucchi – si legge sempre nel provvedimento dei pm –  il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Sandro Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subito, ne cagionavano la morte”. “In particolare – scrivono i pm – la frattura scomposta” della vertebra “s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere”. Una quadro clinico che “accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale“.