di Giacomo D’Alessandro

Si potrebbe iniziare il nuovo anno con alcuni flash: “scontro di civiltà” VS “dialogo tra culture”. Gli eventi che accadono e che intasano giornali e social network ne sono conferma. Riflettere, rileggere e selezionare aiuta anche a disinnescare un grave rischio diffuso: fermarsi alle banalità ripetute a pappagallo, lasciarsi irretire e fomentare dal frastuono di fondo che alcuni cominciano a chiamare “post-verità”.

festival-suq-refugees-cafe-ph-di-l-antonucci

Primo flash – mesi scorsi. Chi l’avrebbe detto che negli Stati Uniti, baluardo del pensiero occidentale democratico, nati da migrazioni, “melting pot” per eccellenza, si verificasse una nuova escalation di scontri tra forze dell’ordine e comunità afroamericane? Con tanto di giovani uccisi a colpi di pistola, per di più dopo otto anni di Presidente “nero”.

Secondo flash – qualche anno fa. Chi l’avrebbe detto che in Francia, primo paese europeo per integrazione di africani dalle ex colonie, sarebbero esplose le rivolte nelle banlieu messe a ferro e fuoco, e oggi diversi atti di estremismo stragista?

Terzo flash – da sempre. Chi l’avrebbe detto che il terrorismo di matrice islamica avrebbe consumato più stragi nei paesi musulmani che in quelli occidentali?

Quarto flash – oggi. Chi l’avrebbe detto che in Europa, tragico tempio dell’Olocausto, dove si è festeggiata nell’89 la caduta del Muro di Berlino, si sarebbe tornati a parlare con una certa facilità di frontiere, fili spinati, folle di disgraziati lasciati sotto le intemperie, persone deportate?

Basterebbe questo per dire che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare. Sarebbe facile scaricare la colpa sulle appartenenze culturali o religiose. Riflettiamo per un momento a prescindere dalle nostre idee politiche, dai nostri istinti. Intendiamo vivere in una società pacifica, variegata, dove si impiegano energie per il benessere personale, per le relazioni, per la cura degli ambienti, per ciò che rende felici? Allora siamo costretti a chiederci cosa voglia dire oggi integrazione, costruzione condivisa di comunità umane, scelta di valori fondanti su cui basare la propria vita.

Possiamo raccontarci che non riguarda noi, ma “gli altri”, “gli stranieri”, “i poveri” o chi altro vogliamo etichettare. La verità è che facciamo una gran fatica a non cedere alle paure e alle ansie, a non sentirci minacciati nei nostri averi, nella nostra libertà individuale. E però al contempo non ci decidiamo di mettere a sistema tutte quelle buone pratiche che possono favorire la convivenza, il rispetto, la cooperazione, lo scambio culturale positivo, la partecipazione ai beni comuni. Temiamo la frammentazione ma non ci decidiamo a sostenere strutturalmente tutte quelle dimensioni che lavorerebbero per unificarla.

Per contro ci sono altri flash insoliti, inattesi, che il vortice mediatico cerca di tritare e confondere insieme a tutto il resto (arma di “distrazione” di massa). Flash quanto meno interessanti, perché aprono vie d’uscita in cui abbiamo, finora, creduto e investito poco e male. C’è chi parla di abolizione della guerra, attraverso il bando alla vendita di armi (pensa quanti migranti in meno…). C’è chi parla di corridoi umanitari per individuare nei paesi di provenienza chi ha diritto all’asilo politico (pensa quanti barconi, morti in mare, ingressi non identificati in meno). C’è chi parla di accoglienza diffusa, a piccoli numeri, nelle strutture e nelle famiglie (pensa quanti ghetti in meno, quanta sicurezza in più). C’è chi parla di tassare l’impatto ambientale delle risorse energetiche (pensa che conveniente la transizione e l’investimento in rinnovabili, qualità di vita maggiore, minore mortalità, minori disastri ambientali). C’è chi parla di abbandonare il Pil come parametro di benessere, a favore di un parametro che misuri la felicità percepita (pensa che cambio di obbiettivi, di produttività, di uso del tempo, di distribuzione della ricchezza).

In un mondo dove la ricchezza viene legalmente detenuta dall’1% della popolazione, forse possiamo perdere meno tempo attorcigliati alle nostre rabbie e indifferenze e impiegarne di più a costruire luoghi di vita che si distacchino dalle cattive pratiche già sperimentate. Per passare dal fantasma dello scontro di civiltà all’orizzonte dell’incontro tra chi – nell’unica civiltà umana – cerca la pace per tutti senza se e senza ma.