“Una riflessione sul fatto che il clan dei Casalesi ha ricavato gli stipendi per gli affiliati e le famiglie dei detenuti dai proventi sulle scommesse online forse andrebbe fatta”. La invoca il procuratore aggiunto della Dda di Napoli Giuseppe Borrelli in conferenza stampa, seduto affianco al procuratore capo Giovanni Colangelo. La spiegazione è in alcune delle pagine più interessanti tra le 446 che compongono l’ordinanza di custodia cautelare notificata a 41 persone tra boss e gregari della fazione Schiavone, tra i quali ‘Sandokan’ Francesco Schiavone (in carcere da un ventennio) e il figlio Walter, l’ultimo degli eredi del padrino al quale non era mai stata contestata l’appartenenza alla cosca. Il provvedimento firmato dal gip Francesca Ferri – frutto di poderose indagini dei carabinieri della compagnia di Casal di Principe con il coordinamento dei pm Luigi Landolfi e Vincenzo Ranieri – descrive la storia di come il clan Schiavone si è riorganizzato nei dieci mesi di reggenza di Raffaele Venosa, liberato nell’agosto 2014 e arrestato di nuovo nel maggio 2015 per un ‘cold case’, due omicidi compiuti nel 1992. In questi 10 mesi Venosa e gli uomini dei Schiavone hanno ricostruito potere e ricchezza aggiungendo alle attività ‘tradizionali’ del clan, le estorsioni ai commercianti e la gestione delle piazze di spaccio, il business sempre più florido del ‘controllo’ delle macchinette slot machine e delle piattaforme per il poker online. Sono due cose diverse, come precisa il pentito Juri La Manna in un verbale di novembre: “Quando dico piattaforma online intendo che era come una ricarica del telefonino, cioè tu versavi una quota e loro ti ricaricavano il conto con il quale potevi giocare da qualsiasi computer, con il tuo profilo. Quando invece ho parlato dell’imposizione delle macchinette, intendo la quota che i distributori dei videopoker erano tenuti a pagare al clan Venosa per poter tenere i propri videogiochi all’interno dei bar sito nel territorio di competenza del clan”. Al settore poker online provvedeva principalmente Giuseppe Verrone, a lungo uomo di fiducia di Venosa, fidanzato della figlia del boss, Mary Venosa (anche lei indagata, si dissocerà dal pentimento del padre rilasciando, secondo la Procura, dichiarazioni reticenti).

Lo strumento legale delle estorsioni illegali, secondo gli inquirenti, era la piattaforma online DBG Poker. Veniva imposta con la forza ai bar tra Casapesenna e San Cipriano d’Aversa. Verrone, tra i destinatari degli arresti compiuti nella mattinata di martedì, era bravo con il computer: curava un profilo di amministratore della piattaforma e attraverso userid e password controllava ogni giorno i sotto conti delle ricariche di gioco online, monitorava i clienti che versavano la quota, sollecitava i pagamenti di chi le tratteneva a scopi personali, ne ricavava profitto per se e per le casse del clan. I carabinieri sono arrivati a Perrone attraverso l’analisi dei computer in uso ai bar sotto ricatto e attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno rivelato i dettagli dei suoi affari. Sono i riscontri alle dichiarazioni di Venosa, che ha iniziato a collaborare con la giustizia poco dopo l’arresto. Ed in un verbale del 27 luglio 2015 ha indicato in ‘Pepp a’ Merda’ Verrone l’uomo “che insieme a me gestiva la cassa del clan, e al quale affidavo il compito di mandare gli stipendi alle famiglie dei detenuti al 41 bis: li mandavo tramite lui ogni 10 del mese”. Il boss reggente aggiunge che poco prima di essere catturato litigò con il genero per un ammanco di 3000 euro dalle casse del clan. Circostanza che insieme ai sospetti su un altro ammanco di 2000 euro di dicembre gli suggerirono di togliere a Verrone il compito di “fiduciario” per le estorsioni sui videopoker e di affidare questa incombenza ad altri due uomini. Era un affare molto conveniente. Venosa chiedeva 70 euro per ognuna delle 400 ‘macchinette’ dislocate da un solo imprenditore taglieggiato, che però beneficiava della protezione del clan e dell’assenza di concorrenza. La camorra lucrava su ogni tipo di gioco d’azzardo, anche sulle piattaforme per le corse dei cani “Racing Dog”. La fazione Schiavone-Venosa arrivava così a raccogliere 40.000 euro al mese. Più della metà veniva impegnata per pagare le famiglie dei detenuti al 41 bis e gli stipendi da 1.500, 2000 euro al mese agli affiliati. Ne avrebbe beneficiato anche Walter Schiavone, l’ultimo degli incensurati in casa Sandokan: secondo un pentito, Walter avrebbe imposto la fornitura di mozzarella di bufala dop prodotta da un caseificio di Casal di Principe a distributori casertani e campani ma anche in altre parti d’Italia, come in Calabria. Raffaele Venosa lo indica inoltre tra i destinatari degli stipendi del clan, in qualità di figlio di Sandokan: “2500 euro al mese, poi ridotti a 2000 nel febbraio-marzo 2015 quando per legge è cresciuta l’imposizione fiscale sui videopoker e i ricavi della cosca sono diminuiti”.