MILANO – Dicono “Siamo in diretta”, lo scoop è servito, “questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito”. Dicono loro che sono cronisti d’assalto, classe di uomini scelti di gente sicura, ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura” (Samuele Bersani, “Il mostro”)

Il mostro. Quando il problema è sbatterlo in prima pagina. Anche quando vive dentro di te. Due storie, la prima contemporanea e realistica, “Uno che conoscevo”, la seconda letteraria e ormai un classico del nostro immaginario, “Jekyll e Hyde – Uno strano caso”, che ritagliano il concetto di “male”, ne fanno spartito, cornice del quadro complessivo o anima inscindibile nel miscuglio della volontà umana non così netta e a compartimenti stagni.

Il mondo del giornalismo, l’ambiente della redazione viene descritto senza mezzi termini dall’autore Corrado Accordino, e regista di “Uno che conoscevo” (prod. Teatro Binario 7, Monza), come un covo di vipere e serpi, dove aleggiano depressi e incarogniti, invidiosi e rancorosi, caffeinomani agitati, gente pronta a tutto pur di scavalcare, calpestandoli, i colleghi tra strategie, sotterfugi, servizietti sotto banco, cinici e bevitori incalliti, squallidi, superficiali, problematici, che danno un significato vuoto alle parole “onestà” ed “etica”. La categoria, a dir la verità qui abbastanza stereotipata, non ne esce bene. Ma colpire la “casta” dei giornalisti è una moda populista che sempre ha attraversato le epoche.

Un bel cast giovane, piacevole, combattivo, rock come le intense e vivaci scelte musicali a tagliare le scene: tre giornalisti e una stagista. Il gioco si fa duro alla ricerca della notizia, del taglio da dare, del rilievo, dell’importanza, della sottolineatura; ma anche della manipolazione della realtà, mai menzogna ma interpretazione a favore di tesi precostituite. La stagista (Veronica Franzosi, ingenua, buonista, un po’ fatina nella prima parte, iena imbevuta di ricatti nella seconda) è una ventata d’aria fresca che arriva a scardinare uno status quo consolidato, entra a piedi uniti su un dato di fatto, una situazione acquisita e granitica rimettendo in discussione le gerarchie e le priorità all’interno della redazione di un tg dove un caporedattore stressato (Riccardo Buffonini sempre elegante, attore gentile) deve soppesare le parole e imporsi al ristretto gineceo esasperato e perennemente in crisi (Chiara Tomei voce caldissima e Valentina Mandruzzato energica).

Il concetto di “verità” viene più volte ribaltato, modificato, disatteso, plasmato a seconda delle necessità, prendendo le sembianze metaforiche della stagista in una parte finale evocativa e onirica, dove, prima la perdita dell’innocenza e infine la morte dell’autenticità e dell’entusiasmo, ci mostrano come la verità stessa, per riuscire a passare al grande pubblico, per riuscire a penetrare nella coscienza collettiva, non può essere pura, pulita e limpida ma si deve sporcare con la bugia, in un impasto distorto a metà strada tra tattica e astuzia. Chi ha ucciso la verità? Siamo tutti un po’ colpevoli accettando, giorno dopo giorno, le regole di un gioco che non ci piace, lamentandocene continuamente, ma senza realmente cambiare il corso delle cose, quieti nell’accettare silenti un sistema al quale fingiamo di ribellarci, facendolo soltanto a parole, a schiamazzi.

Se nella prima pièce il male sembra arrivare dall’esterno, in maniera esogena, nel “Jekyll & Hyde” (prod. MaMiMò, Reggio Emilia; ci aspettavamo qualcosa in più dall’adattamento di Emanuele Aldrovandi, anche soltanto una trasposizione votata al contemporaneo con rimandi possibili ai nostri tempi moderni) il demonio e il maligno sono parti integranti dell’uomo comune, del cittadino anonimo. Un grande fumo da Londra ottocentesca è la palude dove sguazza e naufraga il salotto buono (musica dal vivo in scena di Marco Sforza, tra Freak Antoni e Gianmaria Testa) di dottori e letterati, paladini di cause buone, ipocrite e giuste. Ma nessuno è cristallino fino in fondo. E’ la natura umana a essere difettata e fallace. Nasciamo innocenti, viviamo colpevoli. Hyde (Marco Maccieri, sempre gagliardo e determinato) è una macchia nera dalla voce raschiosa e rauca, che aspira l’astio quotidiano e lo digerisce in quella violenza, cieca e lucida, che caratterizza ogni uomo medio compresso nei doveri e nelle leggi. Siamo pentole a pressione sempre silenziate ma potenzialmente e perennemente pronte alla deflagrazione, alla furia. L’uomo deve accettare che il feroce, il crudele e il diabolico fanno parte della sua esistenza e della sua intima costituzione. Nella costruzione scenica del gruppo reggiano ben emerge tutto il cupo e il torbido, lo stato d’animo colmo d’inquietudine, il passo serrato, l’ansia e il fiato corto per un thriller interiore che non ha né vittime né colpevoli, che non ha né scampo né salvezza.

Gli uomini sono buoni con i morti quasi quanto sono cattivi con i vivi”. (Indro Montanelli)