di Luigi Manfra *

Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia è ripartito tra strutture di prima e di seconda accoglienza. Alla prima, coordinata dalle prefetture locali, fanno capo  gli hotspot e gli hub mentre la seconda, fondata sugli Sprar (Sistemi di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), è finanziato dal Ministero dell’Interno e amministrata dai Comuni e da altri enti locali che, con la collaborazione del terzo settore, provvede all’accoglienza e alla tutela dei richiedenti asilo e dei soggetti che usufruiscono di altre forme di protezione umanitaria al fine di agevolare il loro inserimento socioeconomico.

I servizi di accoglienza e di integrazione Sprar comprendono: l’inserimento in strutture di piccole dimensioni, l’erogazione di buoni spesa per il vitto, il supporto di un mediatore linguistico, la facilitazione nell’accesso ai servizi socio-sanitari ed educativi, l’inserimento in corsi di formazione, un supporto nella ricerca di un lavoro e di una casa. Negli ultimi anni, al crescere numero di immigrati, si sono diffusi, in alternativa agli Sprar, anche i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) che ormai costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza ospitando oltre il 72% dei profughi accolti nel nostro paese. Questi centri sono affidati ad imprese private, cooperative, alberghi e residence che stipulano contratti direttamente con le prefetture. La natura emergenziale dei Cas, genera spesso difficoltà nella gestione di queste strutture e rende difficile il loro controllo da parte delle istituzioni.

Con i recenti contributi di Alessandro Sarcinelli e Lucio Musolino, ilfattoquotidiano.it ha raccontato alcuni casi di buone pratiche nell’accoglienza di profughi in Val Camonica e a Drosi in Calabria, ma sono ormai numerosi i Comuni che svolgono un’attività di ospitalità di buon livello. Come ricordavo in un precedente post dedicato a Riace, in Italia 2.430 Comuni con meno di 5.000 abitanti soffrono un forte disagio demografico ed economico che si tramuta in un esodo dei giovani, uno spopolamento crescente e, in definitiva, in un declino inarrestabile. L’Istat ha calcolato che circa due milioni di case in queste zone sono abbandonate. L’accoglienza di un contenuto numero di profughi in molti paesi abitati prevalentemente da anziani può fare la differenza riportando in vita molte di queste piccole comunità.

A questo proposito è interessante la storia di Camini, un paesino della Locride di 800 abitanti, dove le telecamere di National Geographic sono andate a documentare la rinascita del paese che ha accolto 80 persone provenienti dalla Siria e dall’Africa. Qui i rifugiati lavorano e producono, si prendono cura delle case abbandonate dagli abitanti ripopolano le aule delle scuole e le strade di un paese che stava scomparendo. Tra i Comuni della Locride che hanno aperto le porte ai profughi non c’è solo Camini, ma anche Gioiosa Jonica, Stignano, Benestare e Africo. In totale sono dodici i Comuni calabresi che hanno aderito allo Sprar.

Ma anche all’altro capo dell’Italia nel Canavese vi son Comuni che accolgono gli stranieri come Chiesanuova, 246 abitanti di cui 25 immigrati. Un piccolo paese di montagna a 600 metri sul livello del mare in cui le case vuote sono più numerosi di quelle abitate. Il Comune ha affittato dai privati delle abitazioni che ora ospitano degli immigrati, i quali, in cambio, fanno lavori di vario genere e con la loro presenza impediscono al borgo di morire. Il sindaco di Chiesanuova, Giovanni Giachino, invitato in occasione del summit “Europa: i rifugiati sono nostri fratelli e sorelle” che si è tenuto nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze e dove ogni sindaco ha portato la propria esperienza, ha detto che lo spirito di servizio  verso i più bisognosi ha caratterizzato l’azione del Comune che ha dimostrato come sia possibile fare una buona accoglienza. Ad Asti, da qualche anno, opera invece un sistema di accoglienza basato sul coinvolgimento dei cittadini. 50 rifugiati sono ospitati da famiglie che nella maggioranza dei casi non sono di origine italiana. Mentre perfino a Padova e a Rovigo, patria del Leghismo, sono stati rinnovati i progetti Sprar attivi da un certo numero di anni.

Nell’intero 2016 l’Italia ha accolto 181.000 profughi, ma soltanto un terzo degli 8.000 Comuni ospitano dei migranti. Se si escludono i Centri di accoglienza straordinaria la rete Sprar con poco più di 1.000 comuni aderenti riesce a malapena ad assicurare 26.000 posti. I numeri sono ancora modesti, ma con alcuni accorgimenti istituzionali in corso d’opera, il dato è destinato a crescere.

* Responsabile progetti economici-ambientali Unimed già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma