E’ vero, Mauro Moretti non deve dimettersi da amministratore delegato di LeonardoFinmeccanica per essere stato condannato per la strage di Viareggio. Per quella condanna non deve dimettersi nemmeno Michele Mario Elia, che rappresenta l’Italia al livello più alto del Tap, il gasdotto che parte dall’Azerbaijan. Per lo stesso motivo non ha l’obbligo di lasciare il proprio incarico Giulio Margarita, che è un alto dirigente dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria, cioè l’ente terzo che vigila sulla rete del trasporto su rotaia. Non devono abbandonare i loro mandati, per quella condanna, neanche i dirigenti ancora oggi in carica in Rete Ferroviaria Italiana.

Ed è vero: la politica non ha l’obbligo di rimuovere nessuno di loro per queste condanne dai 6 ai 7 anni e mezzo che sono in primo grado e per reati colposi. Con la sentenza in una mano e la legge nell’altra, dunque, il governo Gentiloni avrà il potere di confermare e promuovere – come già hanno fatto gli esecutivi di Renzi, Letta e Berlusconi – tutti questi manager, importanti per i loro stipendi pagati dallo Stato prima che per la loro indispensabilità. Il motivo – che farebbe ridere se non facesse pena – lo spiega Paolo Fior in un articolo che trovate in homepage.

Nel merito la parentesi si apre e si chiude dicendo che non è vero che i capi-azienda non possono essere condannati per fatti del genere e che questi processi sono giudizi sommari. Al contrario a ogni livello di ruolo (e di stipendio) deve corrispondere proporzionata responsabilità, oltre che proporzionata professionalità. E dovrebbe frenare la sua stizza da pub irlandese, per contro, l’avvocato di Moretti che è riuscito a parlare di “sentenza populista, parola che deve aver sentito così tante volte in queste settimane per non avere la tentazione di riutilizzarla alla prima occasione. E infine, nel merito, resta come un faro l’avvertenza che quelle condanne, come in tutti i processi, possono diventare assoluzioni in appello e in Cassazione.

A maggior ragione, dunque, non sono quelle condanne che devono rimuovere i boiardi dai loro posti di comando. Dovrebbe essere invece la lunga storia delle loro parole mai dette, dei loro messaggi mai mandati, dei loro incontri mai fatti, dei loro sguardi mai concessi, del loro rispetto mai accordato, dell’ascolto sempre negato. La storia, cioè, del silenzio in cui i familiari dei morti di Viareggio sono stati costretti per oltre 7 anni, come mosche rinchiuse in un bicchiere rovesciato. E’ come se Moretti e gli altri innumerevoli e pagatissimi dirigenti che decidono dei nostri treni e dei nostri binari avessero cancellato dalla loro mente non solo le 32 vittime che rumore non possono più farlo. Ma anche i loro parenti: reset, dal 29 giugno 2009 e per sempre.

Moretti ha sempre vissuto quel fatto come un fastidio invece che come una croce, come una seccatura invece che come una ferita, come un’irritazione invece che come un incubo da non ripetere mai più. Se uno fa un incidente in macchina, quando ricomincia a guidare fa di tutto per migliorare la propria auto e la propria guida, in modo quasi paranoico. Moretti no, ha sempre dato l’impressione – e più di un’impressione – che quel disastro fosse stato per lui come un po’ di polvere sulla spallina. E che con un gesto della mano sarebbe scomparsa: via i 32 morti, via i loro parenti. Non solo disse che quell’incidente era stato “uno spiacevolissimo episodio”, come una parentesi in un quadro perfetto. Oggi Fabrizio Brancoli sul Tirreno ha ricordato un’altra frase pronunciata da Moretti poche settimane dopo la tragedia: “Quando c’è un incidente, sembra che caschi il mondo… Bisognerebbe razionalizzare, oltre l’emozione del momento che è anche comprensibile”.

Ilaria Lonigro su questo giornale ha raccontato la frustrazione dei cittadini con esistenze spazzate via dai disastri italiani, anime di buona volontà che si sono sostituite allo Stato nella missione dell’esempio civico: da Ustica al terremoto dell’Aquila. Al processo sul disastro di Viareggio lo Stato non si è nemmeno costituito come parte civile. I motivi li spiegò l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta e erano di nuovo solo tecnico-giuridici, peraltro anche in quel caso esposti in una lettera aperta al Tirreno e nemmeno diretti ai familiari che avevano sollevato la questione.

Mauro Moretti non ha mai incontrato i familiari delle vittime di Viareggio. Per questo loro hanno dovuto rincorrerlo – anche con forme comprensibilmente sguaiate – per tutta Italia. Come quella volta a Rimini, quando i sindacalisti della Cgil invitarono Moretti – loro ex collega – rifiutando di far intervenire Marco Piagentini, di cui ora (solo ora) quasi tutti conoscono la storia.

Le uniche volte che la politica ha messo bocca lo ha fatto con dichiarazioni sgangherate come quelle del ministro dei Trasporti Graziano Delrio che – dall’alto del curriculum da endrocrinologo ed ex sindaco di Reggio Emilia – è andato in televisione e ha definito “sproporzionata” la richiesta di pena formulata quel giorno dal pubblico ministero che rappresenta la Repubblica, la stessa in nome della quale parla anche Delrio. Il governo Renzi dava le sue valutazioni sull’adeguatezza o meno delle richieste del pm mentre non è riuscito nemmeno a imparare la lezione più semplice di questa intera vicenda: la necessità di allungare la prescrizione, che l’esecutivo guidato dal Pd non è stato capace di far approvare e che ancora fluttua nel nulla, senza che il ministro Delrio abbia mai detto quanto è “sproporzionata” l’attesa per il via libera definitivo di quella legge.

Infine le volte in cui la politica si è occupata di Moretti sono state quando l’hanno premiato dal Quirinale o promosso dai governi. Ora almeno la politica ha l’occasione di togliere finalmente lo sguardo di tutela nei confronti delle proprie aristocrazie burocratiche, con la complicità delle quali spesso si autoconserva. Il punto è che Moretti sarà davvero – come tutti dicono – da candidatura al Nobel per come fa quadrare i conti, lui e gli altri manager saranno campioni nel far guadagnare le aziende dei treni o dei carri armati. Ma se in 7 anni e 7 mesi non hanno mai avuto il coraggio di avvicinarsi un po’ al dolore provocato da un sistema che era gestito da loro e che non ha funzionato – almeno questo, diavolo, lo urleranno quei 32 morti ammazzati – significa che lo Stato può fare a meno di loro, già da domani. Se arriverà una decisione del genere non dovrà essere per la condanna. Perché sarà comunque troppo tardi.