La pagina Facebook ‘In quanto donna‘ ha organizzato un flash mob Io allatto dove e quando mi pare. Il 17 e 18 febbraio prossimi, le neomamme sono invitate ad allattare pubblicamente figli e figlie in ogni città, negozio, centro commerciale, ufficio, parco pubblico si trovino; che siano da sole o in compagnia, protesteranno contro la censura dell’allattamento in pubblico.

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La protesta è montata dopo che il 27 gennaio scorso, nell’ufficio postale di Biella, una donna, Francesca Castelli, ha allattato il figlio e poi, una volta chiesto dove poteva cambiargli il pannolino, è stata invitata dal direttore dell’ufficio postale a usare il biberon intimandole di cessare l’uso non autorizzato della tetta appellandosi a non si sa bene a quale normativa o legge. La stessa cosa era successa anche poco prima di Natale, a BolognaChiara Cretella, assegnista di ricerca di sociologia ed esperta di politiche di genere, viene allontanata da una delle sale di Palazzo D’Accursio, sede del Comune, proprio mentre allattava.

 

Il caso di Biella, reso pubblico dopo uno sfogo su Facebook della diretta interessata, ha suscitato proteste che non si sono placate nemmeno dopo l’intervento di Marianna Madia, ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione (sia del governo Renzi che del governo Gentiloni) che ha promesso una circolare sull’allattamento negli uffici della pubblica amministrazione.

Il 30 gennaio, davanti all’ufficio postale biellese, si è svolto un sit in di protesta contro il direttore-censore. Forse una direttiva ministeriale favorirà le madri che devono nutrire il bebè ma non eliminerà le ostilità di uomini o donne che si sentono scandalizzati da un gesto tenero e naturale come l’allattamento.

L’Italia non è il solo Paese dove siano accaduti episodi di intolleranza nei confronti di mamme che allattavano in pubblico. In Inghilterra fino al 2010 una legge vietava di allattare in pubblico, negli Stati Uniti il divieto è caduto all’inizio degli anni 80; nel nostro Paese non esiste una legge che lo vieti, ma norme a parte, ci sono persone che si sentono in imbarazzo se vedono una donna allattare.

Per sopperire al problema, nell’estate del 2016, l’Unicef ha promosso una campagna per l’allestimento dei Baby pit stop, luoghi o spazi offerti alle donne per favorire l’allattamento nei luoghi urbani. In alcune città italiane ne stanno aprendo altri, ma non sono ancora in numero sufficiente o non sono adeguatamente pubblicizzati. A Venezia è stato presentato un progetto per aprire Bps in 11 musei civici. Un team di donne, non a caso, ha creato una applicazione gratuita, la Baby Pit Stoppers,  che consente di conoscere i luoghi più vicini dove si può allattare, cambiare il pannolino e riscaldare la pappa. Un’iniziativa sicuramente lodevole, ma la domanda rimane: perché l’atto di nutrire in pubblico ad alcuni proprio “non va giù”?

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Da decenni il topless è praticato in spiaggia e su moltissimi cartelloni pubblicitari il seno è esposto come un oggetto sessuale. E’ quindi difficile credere che lo scandalo scaturisca dalla visione della sua nudità in pubblico.

Costanza Jesurum, psicoanalista e terapeuta sul suo blog ha spiegato che alla base del rifiuto c’è la patologia di un Paese attraversato da un forte calo demografico, invecchiato e devitalizzato nel quale l’allattamento,“irruente atto di vitalità”, è cosa rara.

E’ bene ricordare come alla base della crescita zero ci sia anche la latitanza di politiche a sostegno della maternità che releghino l’atto di mettere al mondo a una questione del privato delle donne che se la devono sbrigare da sole, risolvendo e affrontando problemi e difficoltà. Difficoltà che comprendono anche il trovare, quando sono in pubblico, luoghi attrezzati dove poter cambiare pannolini o allattare come se la maternità e neonati e bambini/e non fossero previsti al di fuori delle mura domestiche (ricordo ancora i miei pellegrinaggi, 13 anni fa, per trovare bar o ristoranti con fasciatoi, del tutto assenti negli uffici pubblici).

Sotto sotto però, cova anche una sorda invidia del seno, del suo potere di nutrimento e la nostalgia del legame tra madre e bambino. Scrive Jesurum sul blog ‘bei zauberei’: “In primo luogo considererei un discorso generale. Deduciamo da questi episodi che allattare al seno ha qualcosa di unheimlich, di perturbante, è qualcosa che disturba, e che quindi deve avere ipso facto un grande potere evocativo... E’ questo seno che si vede e che dà mangiare, un simbolo del materno e del nutrimento, o dell’attrazione sessuale, della capacità erotica del femminile? Probabilmente tutt’e due, per entrambi, e questa cosa lo rende un simbolo incandescente – specie in un paese in cui è chiamato in causa sempre e solo per la sua semantica sessuale – anche a sproposito (vuoi comprare una macchina? Comprati questa  – guarda che belle poppe ci salgono su!) e mai per il suo potere nutrizionale. La presenza del neonato dovrebbe riconfigurare le evocazioni, ma se scomodiamo uno sguardo psicologico profondo, a quel punto dobbiamo vedere che scattano le più svariate identificazioni, nelle donne che guardano la madre, e negli uomini che fanno altrettanto. Il seno scoperto cortocircuita con il desiderio, la dipendenza, il ricordarsi di come si sta da figli, l’invidiare il figlio, e l’invidiare la madre”.

@nadiesdaa