Milano e la Lombardia devono tornare a essere il motore della nuova sinistra. Partiamo da qui. Per fare chiarezza. Per progettare un futuro in grado di parlare alle persone senza cadere nella retorica del populismo. Partiamo da Milano perché Milano vuol dire lavoro, vuol dire Europa, vuol dire vincere una scommessa. Vincere a Milano e in Lombardia vuol dire creare un contenitore nuovo in grado di arginare davvero l’avanzata delle destre. Milano e la Lombardia vogliono dire economia e innovazione, cultura e immigrazione, diritti e pragmatismo: tornare a vincere qui, da sinistra, dove la destra ha radici profonde vuol dire mettere in moto un processo che ha davvero la forza per correre lontano. Ma vuol dire parlare di ciò che davvero fa battere il nostro cuore a sinistra.

Se non capiamo l’esigenza di tornare alle nostre radici, alla difesa dei ceti sociali più deboli, del diritto al lavoro, alla casa, se non ci si riappropria profondamente della lotta per i diritti sociali, oltre che di quelli civili, siamo destinati alla sconfitta. Una sconfitta ancor più grave, che consegnerebbe il destino del Paese a contenitori più capaci di comprendere le dinamiche elettorali attuali. Da questa situazione si esce promuovendo la creazione di una sinistra popolare, democratica, dove ci sia nuovamente spazio per le idee dei cittadini e per il rispetto delle esigenze di chi finora ha pagato il prezzo più alto delle politiche economiche promosse e del processo di globalizzazione. Una sinistra non può limitarsi alla difesa dell’esistente, ma deve avere il coraggio di criticare il potere, di esigere diritti, di lottare fianco a fianco degli ultimi, riscattandone il destino e favorendo l’emancipazione. Partiamo da Milano e dalla Lombardia. Iniziamo da qui.

La Lombardia in passato è già stata capace di divenire un laboratorio anticipatore di tendenze politiche poi verificatesi ed espanse a livello nazionale. Anche in questa fase storica la nostra Regione ha già vissuto in anticipo problematiche e opportunità che a livello nazionale stanno emergendo solamente ora. Dalla questione immigrazione al tentativo di costruire un centrodestra unito, dal problema della trasparenza negli appalti all’esigenza di un vero piano riformatore capace di emancipare milioni di persone da una situazione di difficoltà e semi povertà.

Una Regione dalle potenzialità immense, dalla quale del resto è emerso chiaramente, pochi mesi fa, il rifiuto alle logiche di governo del centrosinistra renziano. Poco attrattiva è risultata la propaganda della maggioranza del Pd, per un referendum bocciato anche nella città metropolitana di Milano, la cui bocciatura tuttavia pare non aver minimamente scalfito la sicurezza con la quale i ceti dirigenti del Pd continuano imperterriti a proporre ricette salvifiche per questo paese.

La situazione è piuttosto complessa: da più parti del mondo, emerge un malcontento chiaro, che trova sbocco politico in contenitori di destra, che più di altri hanno saputo incanalare l’esigenza di un cambiamento profondo, di una svolta popolare, più che populista, che i partiti democratici e liberali non riescono a contemplare. Le strutture stesse dei paesi occidentali soffrono critiche dure, accuse più o meno veritiere di lontananza, distacco dalle reali esigenze della vita quotidiana degli elettori. Laddove la partecipazione elettorale non è già minata da un astensionismo feroce, ad emergere sono contenitori pigliatutto capaci di offrire soluzioni semplici a problemi complessi, spesso con abili giochi retorici e propagande efficaci.

Non può essere una destra di stampo conservatrice la casa per milioni e milioni di persone in difficoltà. Al tempo stesso non può esserlo nemmeno una sinistra incapace di cambiare e sorda alla richiesta di profonda svolta sociale in arrivo dal suo elettorato. Non può una segreteria di partito, come quella attuale del Pd, completamente inerte rispetto ai richiami della responsabilità politica, fingere che tutto vada bene, che nulla sia cambiato e che gli italiani approvino la sua politica. Da anni c’è una grossissima crisi di identità persino rispetto ai militanti del partito, che a fatica digeriscono l’essere inseriti in un contenitore sostanzialmente neoliberista, centrista, incline al compromesso più esasperato e all’autoconservazione. Non può essere questa la risposta ai problemi del Paese, dell’Europa e dell’Occidente, non possiamo infilare la testa sotto la sabbia fingendo che nulla sia cambiato e che chi vota a destra o vota contenitori dall’impronta chiaramente demagogica sia sempre un reprobo, un idiota, un individuo incapace di pensare.

Senza una scelta decisa in questa direzione, il destino elettorale parla chiaramente di una vittoria a destra. Ecco perché serve un cambiamento di rotta deciso, una analisi coerente e delle soluzioni adeguate. Questo voglio promuovere. Una sinistra lombarda capace di dire sì alle nuove proposte e a tutte le energie che possono portarci lontano, ma anche un chiaro no alle logiche che ci hanno condotto, finora, lontano dalle persone. La miglior risposta a chiusure, barriere, muri non è la sordità delle classi dirigenti o l’accusa a chi non ha alternativa se non quella di votare chi è più abile a capirne le esigenze. La miglior risposta è la promozione di un cambiamento che può partire proprio dalla nostra Regione, la Lombardia. Un cambiamento a sinistra che non è assolutamente un ritorno a vecchie nostalgie, ma la promozione di un percorso nuovo, di una sinistra al passo coi tempi e con le esigenze dei nuovi ceti subalterni. Una sinistra che non divida, ma che costruisca il futuro di questa città, della Regione e dell’intero Paese.