Mamme che occupano punti nascita ormai chiusi, sindaci che si schierano accanto ai cittadini per difendere i reparti di maternità e partorienti che per dare alla luce il proprio bambino devono affidarsi all’elisoccorso. Dall’altro lato, i medici. Che rivendicano “per una questione di sicurezza” la chiusura dei centri sotto la soglia dei 500 parti all’anno prevista dall’accordo Stato-Regioni che nel 2010 ha messo il sigillo al piano nazionale per la riorganizzazione dei reparti approntato dall’allora ministro della Sanità Ferruccio Fazio. A dire il vero era prevista anche la riduzione progressiva di quelli che ne effettuavano meno di mille. Da chiudere nel giro di tre anni, dunque entro il 2013. L’iter, invece, è ancora in alto mare. Tanto che a fine 2016 la Società italiana di neonatologia (Sin) ha sottolineato che in Italia, a oltre 6 anni dalla riorganizzazione della rete neonatale, “tanti bambini nascono ancora in centri nascita non adeguati”. Perché, al di là del fatto che si tratti di una scelta opportuna o meno, quella di chiudere un reparto è sempre una decisione impopolare, difficile da prendere se si cerca consenso. “Tutti quanti vorrebbero un ospedale sotto casa –  spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente della Sin Mauro Stronati – ma bisogna essere chiari, perché lasciando aperti anche punti nascita dove ci sono pochi parti all’anno si pone un problema di sicurezza”. Così se da un lato alla chiusura di un reparto si accompagna spesso una protesta cittadina, dall’altro i medici puntano sempre più i piedi.

LE DUE FACCE DELLA MEDAGLIA – L’ultimo scontro in Lombardia, dove per scongiurare la chiusura di diversi punti nascita la Regione ha presentato nelle scorse settimane un progetto “per superare il numero 500 parti – ha spiegato l’Ente – come unico elemento in grado di garantirne il livello di sicurezza e qualità”. Calda soprattutto la situazione ad Angera, sul Lago Maggiore, dove dall’11 dicembre un gruppo di mamme ha presidiato per settimane, giorno e notte, l’ospedale per protestare contro la chiusura del reparto di Pediatria e del punto nascita dell’ospedale cittadino avvenuta gli inizi del mese. Le partorienti sono state dirottate in altre strutture e alcune di loro avevano già prenotato il cesareo. Ieri l’annuncio dell’assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera: “Come avevamo annunciato con il presidente Maroni, dal 1 febbraio all’ospedale Ondoli di Angera riaprirà il Reparto di Pediatria ed, entro il 20 febbraio, anche il punto nascita”. E dire che nei giorni scorsi, contro il Pirellone si sono schierate la sezione lombarda della Sin e la Società lombarda di ostetricia e ginecologia (Slog) che avevano scritto una lettera parlando di “strumentalizzazioni che non hanno nulla di scientifico”. Per le due società “la Regione fa un passo avanti e due indietro” per non perdere consenso.

LA MOBILITAZIONE DI ANGERA – L’ospedale Ondoli di Angera serve 13 comuni, più un’area di una ventina di chilometri di sponda piemontese del lago. Parliamo, nel complesso, di 73mila persone, a cui bisogna aggiungerne altre 10mila nel periodo estivo. Il presidio delle mamme del piccolo comune del Varesotto, alcune anche con il pancione, è iniziato prima con l’occupazione di alcuni reparti e poi della sala parto, ormai non più in funzione. Una protesta portata avanti anche sulla rete attraverso pagine Facebook come ‘Mamme uniamo le forze’ e dal ‘Comitato spontaneo permanente Ospedale di Angera’ (fondato dal vicesindaco Marco Brovelli) che, insieme a un gruppo di mamme, ha raccolto oltre 11.550 firme. “Ma il culmine della tensione – racconta a ilfattoquotidiano.it il vicesindaco Brovelli – si è raggiunto quando, alla vigilia di Natale, 14 sindaci del territorio hanno inviato una lettera al presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e all’assessore al Welfare Giulio Gallera per denunciare che, durante il presidio del 22 dicembre, il direttore generale dell’Asst Giuseppe Brazzoli avrebbe mostrato il dito medio alle mamme che stavano manifestando”. Secondo l’azienda Brazzoli aveva semplicemente indicato le mamme e non era sua intenzione fare alcun gestaccio, ma si tratta di una versione alla quale, evidentemente, i sindaci non hanno creduto. Insomma una guerra nell’emergenza. Che è tale se, come racconta Brovelli, giorni fa “una ragazza a cui si erano rotte le acque e che si trovava a dieci minuti d’auto di distanza dall’ospedale, è stata trasferita in elisoccorso in un’altra struttura”.

CASO POLITICO – La vicenda di Angera ha scatenato anche un caso politico con il governatore Maroni che ha sottolineato la volontà da parte della Regione non solo di tenere aperti i punti nascita, ma anche di metterli in sicurezza. “Li chiudiamo perché ci viene imposto dal Governo”, ha detto. “Maroni non faccia il furbo e si assuma le sue responsabilità”, ha risposto il segretario regionale del Pd Alessandro Alfieri, che ha aggiunto: “Sa benissimo che è una decisione presa dal Governo Berlusconi, di cui lui era ministro, poi confermata dall’intesa tra Stato e Regioni”. Nel frattempo Maroni ha presentato al Ministero della Sanità un progetto per consentire il mantenimento dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno. Dura la reazione di neonatologi, ostetrici e ginecologi lombardi, secondo cui è necessario chiudere strutture che “proprio a causa dello scarso numero di parti, non possono garantire competenze adeguate in situazioni di emergenza/urgenza né standard di qualità idonei a promuovere, sostenere e proteggere la fisiologia della nascita”. Oggi, invece, l’annuncio di Gallera. Che sottolinea: “Nel progetto si fa riferimento alla strutturazione delle Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) al cui interno sono presenti più presidi con punti nascita, per un totale di alcune migliaia di parti all’anno. Ciò consente l’aggregazione di punti nascita con condivisione di risorse umane (con sufficiente esperienza e manualità), tecnologiche e culturali”. In pratica l’apertura dei reparti sarà possibile grazie a una convenzione tra le Asst Valle Olona e Sette Laghi (con la supervisione dell’Ats dell’Insubria) che “consentirà la mobilità di alcuni pediatri degli ospedali di Gallarate e Busto Arsizio e Del Ponte, per assicurare la copertura del servizio nel presidio di Angera”.

DA SULMONA A LAMPEDUSA – Ma l’Ondoli di Angera è solo uno dei cinque ospedali lombardi che rischiano di chiudere, in quanto il numero di parti all’anno è inferiore ai 500. Stesso destino per il ‘Locatelli’ di Piario (Bergamo), dove sempre a dicembre i cittadini hanno protestato davanti alla struttura, l’’Oglio Po’ di Casal Maggiore (Cremona), il ‘Broni-Stradella’ in provincia di Pavia e uno a scelta tra il ‘Moriggia Pelascini‘ di Gravedona (Como) e l’ospedale di Chiavenna (Sondrio), entrambi quindi in Valtellina. Nel resto d’Italia la situazione non è diversa. E i paradossi non mancano. Circa un anno fa, ad esempio, nell’ospedale ‘San Liberatore’ di Atri (Teramo), una giovane mamma è stata soccorsa da due medici che hanno deciso di ‘riattivare’ il punto nascita appena chiuso, preparando lo staff e facendo nascere una bambina. Emblematico anche il caso di Lampedusa, dove da tempo ormai non esiste un punto nascita: partoriscono solo le donne migranti in situazioni di emergenza, mentre le mamme dell’isola per far nascere i figli devono traslocare a Palermo. Con le spese di trasferimento e soggiorno a loro carico.

Tornando al Nord, ha raccolto oltre mille sostenitori la petizione lanciata sulla piattaforma change.org Salviamo il punto nascita di Arco (Trento) dall’omonimo comitato. Mentre ha fatto molto discutere quanto avvenuto pochi giorni fa a Sulmona (L’Aquila): una partoriente è rimasta bloccata con i familiari a causa della tormenta di neve che ha imperversato sull’Altopiano delle Cinque miglia. Grazie al soccorso prestato dai vigili del fuoco la sua bambina è stata data alla luce proprio nell’ospedale di Sulmona, nel reparto che dovrebbe essere chiuso. E che verrà chiuso non appena la Regione realizzerà la pista di atterraggio, illuminata anche di notte, facendo entrare in funzione l’elicottero per trasportare le partorienti in altri punti nascita. In Abruzzo, tra l’altro, dove dal 2005 al 2010 erano già stati chiusi otto punti nascita e ne è prevista la soppressione di altri 4 (tra cui Sulmona), nella primavera del 2015 il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, è stato aggredito all’interno dell’aula consiliare del Comune di Sulmona da alcuni manifestanti che protestavano proprio contro la chiusura del punto nascita dell’ospedale cittadino. Poi ci sono le battaglie finite davanti ai giudici, come quella di Osimo (Ancona): il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del Comune che si opponeva alla chiusura del punto nascita.

L’APPELLO ALLA SICUREZZA – E mentre il ministro Lorenzin ribadisce la sua linea, negando deroghe laddove non vi siano precisi standard e un adeguato numeri di parti all’anno (“Non si possono lasciare le donne e i bambini in strutture inadatte”) nelle scorse settimane è intervenuta la Società italiana di neonatologia (Sin). Riportando i dati del Piano Nazionale Esiti 2016 ha evidenziato come “siano ancora troppi i punti nascita sotto la soglia dei 500 parti”. Il problema si pone soprattutto in caso di complicazioni. “Nei casi di parti prematuri, ad esempio – spiega il presidente della Sin – è innegabile che sia consigliabile l’assistenza in una struttura dove se ne effettuano migliaia all’anno e dove siano garantiti 24 ore su 24 una serie di servizi. Perché bisogna rischiare pur di avere un ospedale sotto casa?”. Per questo la Sin auspica la riduzione dei tempi necessari alla riorganizzazione della rete dei punti nascita “secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti”. Per la Sin “non bastano gli investimenti in attrezzature, non basta un aumento di operatori sanitari, è indispensabile che il punto nascita affronti sempre un numero sufficiente di parti per ‘accumulare’ esperienze, anche quelle più difficili, rare e impreviste”. E a chi sostiene che un secolo fa si partoriva in casa, Stronati risponde: “Non saranno passati mica 100 anni invano!”. D’altro canto risale allo scorso novembre l’allarme lanciato dall’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), secondo cui “è ancora a rischio un punto nascita su quattro”, mentre “sono 123 i reparti di maternità sotto la soglia di sicurezza dei 500 parti eseguiti in un anno”, limite che deriva “da evidenze scientifiche che mettono in rapporto il numero dei parti e gli esiti della salute della mamma e del bambino”.