Da un po’ di tempo non riesco a concedermi il tempo necessario per raccontare di tanti argomenti spessi dimenticati. Dal diciottesimo compleanno di Diletta è cambiato tutto. E non vi nascondo che ho arrancato non poco per adattarmi alle fantasiose novità che la burocrazia impone. A distanza di mesi mia figlia è rinata maggiorenne anche per lo Stato, quel macigno gigante e sordo che assorbe buona parte delle nostre giornate.

Però chi mi conosce sa che cerco sempre di pensare positivo e il motivo per essere ottimisti si trova sempre. Tanto è che Diletta è innamorata di un ragazzo conosciuto proprio il giorno del suo diciottesimo compleanno. Ammetto che questo incontro è stato organizzato e promosso dalle rispettive famiglie un po’ come si faceva qualche secolo fa. Però siamo state fortunate. E anche completamente impreparate.

L’amore e la disabilità sono ancora temi dei quali si parla poco, se poi la disabilità è pluridisabilità grave si fa molto prima ad ignorare l’argomento e convincersi che i nostri figli siano privi di istinti e stimoli. E invece vi assicuro che non è affatto così. Chi di noi non ricorda le farfalle nello stomaco al primo amore? Chi di noi, specialmente le ex ragazze, non ha cantato a squarciagola qualche canzone d’amore? E quel senso di energia che annulla ogni stanchezza e ci faceva volare sopra le nuvole? Ecco, Diletta da qualche mese vive così.

Irriconoscibile. Ed io da brava mamma, abbastanza inadeguata. La logistica concreta non è semplice. Se due ragazzi di 18 e 22 anni vogliono incontrarsi lo fanno e basta. Non occorre nessun programma. Nel nostro caso servono operatori, mezzi adattati, tempi ad incastro tra terapie, visite ecc. Ma i due fidanzati si telefonano, si parlano e ci respingono oltre i limiti indispensabili che non dobbiamo oltrepassare. Giustamente.

Alcune situazioni diventano anche un po’ imbarazzanti e il nuovo ruolo di genitore adattato va ritagliato e ricucito per la nuova avvincente avventura.

Mentre Diletta vive e si gode un momento così bello e così profondamente ricambiato, una delle sue sorelle si trova a combattere l’ennesima guerra al bullismo dilagante. Tema anche questo noto a tutti grazie all’informazione ma totalmente ignoto a chi deve gestirlo. Nell’ordine si intraprende uno slalom tra “non abbiamo soldi”; “deve difendersi da sola”, “deve ignorare”, “nella vita reale la vittima è sola”. E questa ultima è la dura verità. Rifiutandomi di educare alla violenza, ho scelto di cambiare aria… e scuola.

Da dove nasce il bullismo? Non saprei dirlo. Cosa produce? Una sofferenza profonda e incolmabile che richiede di scegliere di non essere più se stessi o di imparare a subire atti di violenza quotidiana sia fisici che psicologici. Il resto del gruppo tace. Perché chi comanda ha potere assoluto. Peccato, che non si riesca a dialogare con questi giovani così spesso giustificati fino all’essere ignorati. E peccato togliere a questi giovani quell’antica tradizione del rispetto dei ruoli, del rispetto di sé e degli altri. Ma tanto è.

E’ così che scorrono via velocissimi giorni, settimane e mesi e a volte a bordo di questa trottola impazzita che è la vita, mi perdo un po’. Le pratiche burocratiche sono impietose: si deve essere presso tale o tal’altro ufficio, in orari precisi e striminziti e subire ore di inutili file per fare altrettanto inutili pezzi di carta che non sarebbero necessari.

Infine uno sguardo alle famiglie terremotate e alla disabilità in alcune di esse. Un abbraccio alle popolazioni travolte dalle recenti calamità e in particolare alle più fragili e invisibili tra loro. Non è un bel momento per la nostra Italia, ma sono certa che questo pezzo di storia sarà superato. Perché quando si tocca il fondo non rimane che risalire. Noi, quel fondo, lo stiamo, tutti insieme, toccando da un pezzo.