“Liliana, cos’ha provato su quel vagone? E quando l’hanno espulsa dalla scuola come si è sentita?”. Martedì ero al memoriale del “Binario 21” a Milano con la mia classe, quindici ragazzi di dieci anni più alcune mamme, dei papà, una nonna e l’amica di una madre.
Insieme ci siamo fermati di fronte a quella scritta “Indifferenza” che ti accoglie all’ingresso quasi a chiarire subito il compito che questo luogo ti affida: non voltarsi dall’altra parte. Mai.
Insieme siamo saliti su quel vagone per provare ad intuire quello che hanno provato gli oltre 600 ebrei milanesi partiti quella fredda e nebbiosa mattina del 30 gennaio 1944: “Ma come facevano a fare pipì? E non c’erano finestre? In quanti potevano stare qui dentro?”.

In questo sotterraneo abbiamo compreso un pezzo della storia d’Europa. Davanti al muro dei nomi dei deportati ci siamo fermati e ognuno di noi non è passato di fronte con indifferenza ma portandosi a casa un nome e un cognome.
Nello spazio a sezione tronco – conica illuminato solo da un faro che fa luce su un segno nel pavimento che indica l’Est, punto cardinale comune alle tre religioni ci siamo fermati in silenzio. Tutti: bambini, maestri, genitori. In quell’istante ho visto occhi chiusi, mani giunte, capi rivolti verso il pavimento. Persino i più esuberanti sono rimasti ad ascoltare il silenzio.

A “Radio Popolare” hanno dialogato con Liliana Segre: domande mature, spontanee. Qualcuno mi ha chiesto: “Le avevate preparate?”. No, assolutamente. Anzi forse sì perché da quando sono entrato in quella classe parlo di memoria, racconto di Liliana, di Elisa Springer, del partigiano Armando Gasiani, delle sorelle Bucci. E poi ieri toccava loro: nel paese dove insegno hanno allestito una mostra proprio sul “Binario 21”. Come avviene in ogni realtà sarebbe toccato al maestro spiegare, illustrare ma ieri mi son seduto e ho lasciato che fossero i miei allievi di quinta a spiegare agli altri cos’era accaduto su quel binario.

Eccolo il passaggio di testimone. Il fare memoria. Il ricordo della Shoah e dell’Olocausto è a rischio se la scuola non si assumerà nei prossimi decenni questo compito. E quando scrivo “scuola” non penso al sistema d’istruzione, alla ministra ma a ciascun maestro: dall’insegnante della scuola dell’infanzia a quello della secondaria di secondo grado.

Oggi più che mai, in un momento storico in cui sorgono muri come quelli costruiti nei ghetti, abbiamo il dovere di passare il testimone e di fare in modo che i nostri alunni diventino a loro volta testimoni. Ecco perché la storia del Novecento deve tornare ad essere patrimonio della scuola primaria: la memoria di quanto avvenuto in quegli anni non può essere relegata ad un dovere di commemorazione legato ad una giornata ma deve diventare esperienza.

Ogni scuola primaria dovrebbe prevedere un viaggio d’istruzione a Fossoli, alla Risiera di San Sabba, al memoriale del Binario 21. Ogni liceo o istituto professionale dovrebbe includere nel suo piano dell’offerta formativa il viaggio nei campi di sterminio perché questa storia non può essere solo sottolineata su un libro.
Nei giorni scorsi ero a Birkenau ed Auschwitz con un gruppo di studenti delle scuole superiori che hanno partecipato al “Viaggio della memoria” organizzato dal ministero dell’istruzione.
Quando ho chiesto loro come si studia la Shoah a scuola mi hanno risposto: “Come i Romani, come le altre guerre, come il resto della storia. Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla”.
Non possiamo permetterci ciò. Lo dobbiamo agli ebrei, ai rom, agli omosessuali, ai disabili, ai prigionieri politici che sono stati sterminati dall’odio fascista e nazista.

Abbiamo una sola strada: introdurre la storia del Novecento fin dalla primaria. A Birkenau ed Auschwitz c’era anche la ministra Valeria Fedeli.
Forza ministra (come piace essere chiamata a lei), tocca a lei: trasformi quel viaggio in un’occasione per ripensare al nostro modo d’insegnare storia. L’anno prossimo sarà l’ottantesimo anniversario dalla data dell’emanazioni delle leggi razziali in Italia: non potrà e non dovrà essere solo un anniversario ma un’opportunità per riflettere, per lanciare un segnale forte, una vera riforma della nostra didattica (che è poi quello che serve davvero).
Il tempo della memoria non è ancora scaduto.