Rischiarono di finire in un campo di concentramento ma alla fine salvarono la vita a 70 ragazzi ebrei, nascondendoli nei seminari, nelle cascine, nei fienili. Nella Giornata della memoria della Shoah, la mente va a una delle poche pagine felici della storia italiana negli anni bui della Seconda guerra mondiale. Siamo a Nonantola, diecimila abitanti, in gran parte contadini e allevatori, nella sconfinata pianura emiliana. Non lontano c’è Modena. Qui, il 17 luglio 1942 arriva un gruppetto di ragazzi e ragazze, alcuni giovanissimi, anche di 6, 7 anni. Sono ebrei di origine tedesca e polacca scappati dopo lo scoppio della guerra nel settembre del 1939. Nonantola li accoglie, li nasconde come se fossero suoi figli, consente loro di scappare quando il fiato sul collo delle SS non permette più di indugiare.

È la storia dei ragazzi di Villa Emma. Chiamati così perché per oltre un anno saranno ospitati in una residenza di campagna alle porte della cittadina. Ma la loro lunga odissea era iniziata molto prima. Allo scoppio della guerra i ragazzi si erano trovati soli in Germania perché i loro genitori erano stati deportati. Una associazione di assistenza agli ebrei che si occupa di organizzare l’emigrazione verso la Palestina riesce a radunare 90 ragazzi in gran parte da Berlino per farli scappare. Il convoglio arriva a Zagabria, in Croazia, nel 1940. Una parte dei 50 ragazzi proseguono per la Palestina, mentre i restanti 40 sono costretti a fermarsi a Zagabria.

Ma nel 1941 la Jugoslavia viene occupata dai tedeschi. Non sembra ci sia scampo anche perché dall’altra parte del confine, in Slovenia, ci sono gli italiani, alleati della Germania. Invece il ministero dell’Interno, per la prima e unica volta in quegli anni, autorizza l’ingresso dei 40 ragazzi e di tre loro accompagnatori, tra i quali Josef Indig, un ebreo croato. In Slovenia restano per un anno ma poi la guerra tra partigiani e truppe italiane di occupazione li costringe ad una nuova fuga.

A questo punto la loro sorte viene presa in mano dalla Delasem, una fondazione ebraica che si occupa di assistenza agli ebrei italiani. Referente per l’Emilia è il bolognese Mario Finzi. I 40 ragazzi finiscono così a Nonantola, in una residenza di campagna, Villa Emma. Ad accoglierli alla stazione c’è una folla: tra gli abitanti del posto e quei ragazzi nascono amicizie, amori, complicità. Tanto che la Delasem, preoccupata di possibili problemi (in Italia vigevano le leggi razziali del 1938), impone (senza grandi risultati) ai ragazzi di frequentare meno il paese. Intanto nel 1943 da Spalato, in Jugoslavia, arrivano altri 33 ragazzini ebrei, sfuggiti alle deportazioni. Villa Emma sembra un rifugio sicuro.

Ma anche lì arriva l’8 settembre e con l’occupazione tedesca i ragazzi sono di nuovo in pericolo. Nonantola e i suoi abitanti si mobilitano. Una parte dei ragazzi viene nascosta nel seminario: a darsi da fare per loro sono un prete, don Arrigo Beccari, e il medico del paese, Giuseppe Moreali. Ma non c’è posto per tutti: Beccari e Moreali chiedono aiuto alle famiglie che aprono le loro abitazioni, le cascine. E quando i tedeschi vengono a perquisire le case i giovani ebrei si nascondono nei fienili o fingono di essere di casa.

Ma non può durare per molto. Nonantola si mobilita ancora per farli fuggire. Il municipio prepara delle carte d’identità omettendo l’indicazione, allora obbligatoria, della razza. Le donne nonantolane preparano 70 cappotti tutti uguali, in modo da fare sembrare il gruppo una comitiva di collegiali. Poi nel novembre 1943 la partenza in treno verso la Svizzera.

Dei 73 non ce la farà solo un ragazzo, Salomon Papo, che non era riuscito a scappare in Svizzera perché ricoverato in un sanatorio. Nel 1944, dopo essere stato arrestato, passerà dal campo di concentramento di Fossoli (a pochi chilometri da Nonantola), per poi finire i propri giorni ad Auschwitz. Nel dicembre 1943 finisce nel campo di sterminio anche Goffredo Pacifici, un ebreo italiano della Delasem che era sempre stato a fianco ai ragazzi. Non era voluto passare in Svizzera con il gruppo per aiutare altri a fuggire, ma avrebbe pagato questa sua scelta con la vita. Stessa fine anche per Mario Finzi che aveva aiutato tantissimi ebrei a salvarsi. Dopo la guerra, invece, don Arrigo Beccari e Giuseppe Moreali sono stati nominati Giusti fra le Nazioni dallo Yad Vashemm, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele. Dove anni dopo  qualcuno si è ricordato di Nonantola e dei suoi abitanti, che rischiarono la vita pur di salvare 70 ragazzi.

*Nella foto Villa Emma a Nonantola dal sito www.villaemma.com