All’alba del 12 settembre 1944, mentre l’Italia è già libera per metà, 23 uomini vengono prelevati dal lager di Bolzano, l’unico gestito direttamente dai nazisti. Vengono condotti nelle stalle di una caserma, nel quartiere di Oltrisarco. A ciascuno di loro viene sparato un colpo alla nuca. I corpi vengono portati al Cimitero Maggiore, poi gettati in una fossa comune, in terra sconsacrata. Di loro non resta traccia. Ufficialmente sono stati uccisi per una banale rappresaglia. La verità è un’altra. L’ha scoperta, sessant’anni dopo Carla Giacomozzi, storica, responsabile del progetto “Storia e Memoria: il lager di Bolzano” all’archivio storico del Comune altoatesino. E’ grazie alla sua indagine – durata anni – che emerge la storia di quei 23 uomini: “Non si è trattato di una rappresaglia, ma di un’operazione di polizia – racconta – Questi 23 uomini sono stati tra i primi agenti segreti mandati dal Governo Badoglio nei territori occupati dai nazisti”. Militari, fedeli ai Savoia, che avevano rifiutato di servire l’ultimo delirio mussoliniano della Repubblica di Salò. E che, anzi, avevano organizzato i primi, rudimentali, nuclei di resistenza guidati da appartenenti all’esercito. Eppure, di loro, non si parla neanche negli archivi militari.

eccidio-23-200-squareL’inizio dell’indagine: due lapidi e il discorso di un prete
Non solo buttati in una fossa comune, dunque, ma anche destinati a essere cancellati per sempre dalla memoria del loro Paese. Fino all’indagine di Carla Giacomozzi. “La motivazione della rappresaglia non mi hai mai convinto – racconta al FattoQuotidiano.it – Rappresaglia per che cosa?”. E’ da questa domanda che parte il suo lavoro. E da due soli elementi. Il primo: “La sepoltura nel cimitero di San Giacomo, dove ci sono due lapidi. Sono lapidi mute, con solo nomi e cognomi, nient’altro: alcuni scritti anche sbagliati”. Il secondo: “Avevo a disposizione un discorso di commemorazione tenuto alla radio da don Daniele Longhi, un sacerdote che operava a Bolzano nel periodo nazista: il 12 settembre 1944 aveva letto una relazione in cui descriveva la vicenda dell’uccisione di 23 persone. Diceva anche nomi e cognomi con qualche dato, come i luoghi di nascita”. Da qui parte l’inchiesta per ricostruire la storia di quei 23 soldati.

Gli agenti del re che rifiutarono Salò
Piano piano la storica riesce a ricostruire le loro biografie. Avevano un’età media di 35 anni, alcuni avevano famiglia e figli. La Giacomozzi riesce anche a contattare alcuni di loro, che inviano lettere e fotografie. Il quadro, via via, si compone. Finché la linea dell’indagine porta alla scoperta di avere a che fare con la storia di militari – dell’Aeronautica, della Marina, dell’Esercito – che dopo l’occupazione nazista di Roma dell’8 settembre 1943 erano rimasti fedeli al re, rifiutandosi di combattere per la Repubblica Sociale Italiana o per i tedeschi. Ciascuno, autonomamente, da diverse parti d’Italia, aveva raggiunto Brindisi, dove si era insediato il Governo Badoglio. “Lì – spiega Giacomozzi – hanno ricevuto un sommario addestramento riguardo alle tecniche di lancio e di infiltrazione in territorio nemico”.

Qual era lo scopo di questo addestramento? Nel rispondere a questa domanda la storica ha compiuto un altro passaggio fondamentale: “Questi uomini sono stati mandati nei territori occupati, per fare operazioni di spionaggio e creare dei legami con il territorio, per organizzare i primi nuclei di resistenza“. Siamo nell’ottobre-novembre del 1943, sono passati al massimo due mesi dal messaggio alla radio di Pietro Badoglio che annuncia con molte ambiguità l’armistizio con gli Alleati. “A Brindisi non sapevano nulla di come erano organizzati i nazisti in Italia, la lotta clandestina doveva ancora organizzarsi. Quelli sono i primi esperimenti di spionaggio, missioni concordate da Brindisi con i servizi segreti inglesi e americani, Soe e Oss. La prima volta che escono dal molo di Brindisi con un sommergibile, ci sono un sacco di persone che li salutano. Sarà mica il modo di far partire una missione segreta?”.

Si scopre così che questi militari hanno avuto un “ruolo enorme” nell’organizzazione dei “primi nuclei di resistenza e dare comunicazioni a Brindisi“. “Erano organizzati in micro-missioni, composte da tre persone, che dovevano raggiungere specifici luoghi dell’Italia occupata. E dovevano portare la radio, l’unico mezzo per trasmettere informazioni sulla reale consistenza dell’occupazione e per allacciare rapporti con il territorio”. E i 23 di Bolzano erano tra questi. “Facevano parte delle primi missioni di spionaggio, erano agenti segreti clandestini” afferma Giacomozzi.

600-dpi-panoramicaIl carcere a Verona, il lager delle SS a Bolzano
Ma sono “formati malissimo”. Forse anche per questo molti di loro vengono catturati fra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944, e portati nelle carceri naziste di Verona. E’ lì che, nello stesso periodo, vengono fucilati Emilio De Bono – quadrumviro della Marcia su Roma – e Galeazzo Ciano, ex ministro degli Esteri e genero di Benito Mussolini. Ma la sorte dei 23 non è segnata in Veneto. “Qualcuno ha deciso che i protagonisti della nostra storia, nessuno di più, nessuno di meno, venissero trasferiti a Bolzano”.

La città aveva in quel periodo un importante ruolo politico: “Era la capitale della zona di operazione delle Prealpi, cioè di una zona annessa al Terzo Reich. A Bolzano risiedeva il Gauleiter Franz Hofer, che comandava anche la zona del Tirolo. In quel momento la città non è più Italia”. A dimostrarlo è anche lo stesso Polizei-Durchgangslager, il campo di transito e di polizia di Bolzano, attivo tra l’estate del 1944 e la fine della Seconda guerra mondiale. Qui vengono raccolti i civili e avviati alla deportazione nei lager nazisti. E’ un lager nazista, comandato dalle Ss e sottoposto all’ufficio della Gestapo di Verona. Quasi un’enclave di Hitler in Italia.

piazza-dellappello-da-estBolzano, l’unico campo delle SS in Italia
Il lager di Bolzano, anche se costruito in territorio italiano, fa parte del disegno della deportazione voluta dal Führer. “Lo dimostra – spiega Giacomozzi – la presenza in Alto Adige di molti campi satellite, come avveniva in Germania, dove tutti i principali lager avevano decine e decine di campi piccoli nelle vicinanze”. I campi satellite hanno lo scopo di sfruttare il lavoro coatto dei deportati. Bolzano ne è un esempio: “Nel settembre-ottobre 1944 un gruppo di deportati è stato prestato agli agricoltori locali, per esempio a Terlano, per aiutarli a raccogliere le mele“. Ma non solo: il campo altoatesino è determinante anche per provvedere alla Soluzione finale: “I numeri, approssimativi, parlano di circa 45mila persone partite dall’Italia verso i lager nazisti. Di questi, circa un quarto passò dall’area di Bolzano e circa 3500 persone, in 13 trasporti, furono effettivamente mandate oltralpe”.

“Lì era più facile farli sparire”
E’ così che i 23 agenti arrivano da Verona. Come molti altri, non sono stati immatricolati all’interno del lager. “L’ultimo numero di matricola a Bolzano è l’11.116, ma il numero corretto probabilmente non lo sapremo mai, perché molti deportati, anche ebrei e sinti, non venivano schedati”. I militari italiani non sono costretti a lavorare come gli altri, né separati tra loro né uniti ad altri deportati in altri blocchi, bensì tenuti insieme e isolati in un blocco a parte. “E non si capisce perché sono stati mandati a Bolzano, nessuno di loro era originario di lì”, si chiede ancora oggi Giacomozzi. Una risposta, forse l’unica, è che “probabilmente era un luogo abbastanza sicuro dove farli sparire“. Accade un martedì, 7 mesi prima della liberazione dell’Alto Adige, che come per larga parte del Nord Italia avviene il 25 aprile 1945: la mattina del 12 settembre 1944 ventitré colpi di arma da fuoco risuonano nelle stalle di una caserma e avvolgono quei militari nell’oblio per 60 anni.

Gli interrogativi ancora aperti
Gli archivi della Gestapo a Bolzano e Verona sono stati distrutti. Manca la documentazione, nonostante alcuni dei soldati avessero ricevuto la medaglia d’argento al valor militare: “Quando l’ho scoperto, pensavo di aver risolto i miei problemi – spiega Giacomozzi – pensavo di trovare dei fascicoli dettagliati sulle loro vite e sulle motivazioni del riconoscimento. Invece niente, le motivazioni sono vaghe, non riportano luoghi o date. Non esiste una documentazione su di loro, nonostante gli sia stata assegnata una medaglia”.

Da questa storia è nato un libro, 23. Un eccidio a Bolzano, nel quale Carla Giacomozzi racconta la sua ricerca, e poi uno spettacolo teatrale, Platino, omicidio a Bolzano, prodotto dalla cooperativa Prometeo. “Ma la ricerca prosegue – promette – Molte porte sono ancora aperte in questa vicenda”. Restano molti interrogativi, aggiunge: perché non tutti gli elementi della missione sono stati arrestati? Perché non tutti gli arrestati sono stati uccisi? “Perché proprio quei 23?“.