“Se vogliamo abbattere i costi, Rosario guarda noi combattiamo con un euro e novanta con l’olio di sansa contro i tre euro dell’olio d’oliva… almeno un altro euro e venti di differenza… di quello stiamo parlando”. Nelle etichette non c’era scritto made in ‘ndrangheta. Ma il business dell’olio extravergine di oliva negli Stati Uniti era in mano alla cosca Piromalli di Gioia Tauro stroncata stamattina dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha disposto 33 arresti eseguiti dai carabinieri del Ros. L’operazione “Provvidenza”, coordinata dal pm Roberto Di Palma, ruota attorno alla figura del boss Antonio Piromalli (nella foto), figlio del mammasantissima don Pino detto “Facciazza” e suo “vero e proprio alter ego”.

Il MERCATO ORTOFRUTTICOLO DI MILANO E LE FACCE ATTERRITE DEI COMMERCIANTI
Dopo aver scontato una condanna di sei anni per associazione mafiosa, per volere del padre, Antonio Piromalli ha subito ripreso in mano gli affari di famiglia. A partire dal mercato ortofrutticolo di Milano dove, uscito dal carcere, il boss si è recato “per verificare de visu l’andamento della situazione e, soprattutto, palesare la propria rinnovata discesa in campo”. A proposito, durante la conferenza stampa tenuta stamattina, il generale Giuseppe Governale, comandante del Ros, ha ricordato le “facce atterrite degli altri commercianti alla vista di Antonio Piromalli. L’operazione di oggi è l’ulteriore tappa per la disarticolazione della più agguerrita forma delinquenziale d’Europa”. L’inchiesta “Provvidenza”, infatti, ha consentito di individuare quella che il procuratore Federico Cafiero De Raho definisce “la rete economica e militare della cosca Piromalli. Il boss aveva deciso di vivere a Milano e questa è stata una scelta strategica della famiglia mafiosa”.

LE DONNE, I PIZZINI E IL LINGUAGGIO CRIPTICO “FACCIAZZA” AGGIRA IL 41 BIS
Una consorteria che gode del supporto delle donne che hanno un ruolo centrale nella filiera comunicativa tra Antonio Piromalli e il patriarca “Facciazza” che, sebbene detenuto al 41 bis, non ha mai rinunciato ad esercitate il proprio comando e ad influenzare e coordinare l’agire del figlio. Nell’inchiesta, infatti, sono coinvolte la moglie e le figlie del boss che curavano in particolare l’aggiornamento di Pino Piromalli sulle vicende di principale interesse e garantendo l’efficacia delle comunicazioni padre-figlio. Gli arrestati per comunicare utilizzavano i pizzini e un linguaggio criptico che consentiva a Facciazza di impartire ordini agli affiliati e al figlio Antonio nonostante il carcere duro a cui è sottoposto da circa 20 anni. “È un’indagine che parte dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia – ha affermato il procuratore aggiunto Gaetano Paci – e che dimostra come i Piromalli, nonostante i processi e le condanne sono sempre la cosca egemone nella Piana di Gioia Tauro”.

L’OLIO DI SANZA MADE IN ‘NDRANGHETA IL PONTE CON GLI STATI UNITI: ROSARIO VIZZARI
Considerato (assieme agli zii) uno dei tre terminali mafiosi in relazione a qualsivoglia iniziativa assunta dalla cosca, il giovane boss (Antonio Piromalli ha 45 anni, ndr) si è stabilito a Milano dove si è infiltrato nel mercato ortofrutticolo e da dove gestiva il commercio dell’olio negli Stati Uniti grazie a due soggetti fermati oggi dai carabinieri: Alessandro Pronestì e Rosario Vizzari. Quest’ultimo, residente a New York e ritenuto “testa di ponte della cosca Piromalli negli Usa”, è il presidente della “Global Freight Service inc”, una delle società che si occupava di piazzare l’olio della ‘ndrangheta nel mercato statunitense. “Olio di sansa” che, oltre oceano, veniva rietichettato diventando così olio extravergine di oliva. Per comprendere bene quanto fosse importante il giro d’affari del boss è sufficiente leggere le intercettazioni in cui Rosario Vizzari spiegava a un produttore calabrese di olio di cosa si occupa: “Noi abbiamo una catena per esempio che ha mille e cinquecento punti vendita, questa catena qua su mille e cinquecento punti vendita è divisa su… le tre zone degli Stati Uniti… quando lo vendiamo a loro lo importiamo non etichettato perché.. perché sulla costa ovest vogliono un’etichetta, sul centro vogliono un’etichetta e sulla costa est ne vogliono un’altra… allora noi ci abbiamo un olio non etichettato quando in base alle richieste che ci fanno glielo etichettiamo… siccome gli mettiamo pure le etichette finali dei prezzi al dettaglio…”.

IL BOSS CHE VOLEVA REALIZZARE UN CENTRO COMMERCIALE
Non solo olio ma anche centri commerciali e abbigliamento. Dall’inchiesta del Ros, infatti, è emerso l’interesse del boss Antonio Piromalli nel settore dei vestiti e, ancora prima di essere scarcerato, aveva incaricato Alessandro Pronestì di intrattenere rapporti con alcuni qualificati imprenditori dei marchi francesci “Jennifer” e “Clelio”. Attraverso Pronestì, il boss di Gioia Tauro trapiantato a Milano aveva avviato due iniziative aprendo negozi a marchio Jennifer a Lecco e Peschiera Borromeo, presso centri commerciali locali. Attività che erano fittiziamente intestate ai fratelli di Pronestì ma che, in tutto e per tutto, erano riconducibili ad Antonio Piromalli il quale aveva progettato anche la costruzione di un centro commerciale/outlet nei pressi dello svincolo autostradale di Gioia Tauro. Era direttamente Piromalli a pianificare il da farsi, con particolare riferimento all’individuazione del terreno (20mila metri quadrati) e della società estera che avrebbe assicurato le successive attività di inserimento di grandi marchi in quel contesto. Il modus operandi era sempre lo stesso e passava per Alessandro Pronestì che si era rivolto al dipendente della società “Gallerie Commerciali Bennet Spa” Luca Rossi (omaggiato anche con un Rolex nel dicembre 2015) il quale avrebbe materialmente curato la realizzazione del progetto, attraverso i contatti con l’impresa del caso e la successiva organizzazione dei lavori con la catena inglese.