Come mai ormai è accertato la prima telefonata con la richiesta d’aiuto da parte di Giampiero Parete ha un orario preciso: 17.08. Ma solo alle 19.01 finalmente scatta l’allarme. A causa di una serie di incomprensioni, informazioni parziali e anche leggerezza, i soccorritori si mettono in marcia sotto una bufera quando ormai da almeno 3 ore un’enorme massa di neve si è abbattuta sull’hotel Rigopiano, imploso sotto la violenza della slavina. Probabilmente nulla sarebbe cambiato nel bene e nel male per le 40 persone – 28 ospiti tra cui 4 bambini e 12 addetti della struttura – che erano dentro e fuori la struttura perché come emerso dalle prime autopsie nessuno è morto a causa della sola ipotermia. Ma questo sarà l’indagine, coordinata da Cristina Tedeschini e condotta da Andrea Papalia, a stabilirlo. Certo è che i magistrati hanno intenzione di ascoltare tutti i testimoni di quelle ore concitate, quando gli allarmi lanciati dal cuoco e poi dall’amico e datore di lavoro Quintino Marcella non sono compresi nella loro gravità oppure bollati come bufale anche perché il direttore dell’albergo aveva detto di aver appena parlato con Rigopiano. Le operazioni di soccorso si sono concluse questa mattina con il recupero degli ultimi due corpi senza vita.

È solo alle 18.57 che qualcuno finalmente crede a Marcella che per due ore non si è arreso, Il racconto è stato raccolto dal quotidiano La Stampa. “Avevo appena finito il turno, mi avevano mandato alla golena nord del fiume Pescara per monitorarne l’esondazione. Proprio per questo motivo ero passato in questura e avevo dato il cellulare. Ma non dovevo essere io a ricevere quella telefonata, è stato un errore…” dice Massimo D’Alessio, volontario della Protezione Civile. “La questura aveva il mio numero per le esondazioni. È una procedura standard: al 113 lascia il proprio numero chi si trova più vicino all’emergenza. Solo che nel mio caso l’emergenza era il fiume, non una valanga in montagna a chilometri di distanza. È stato bravo Quintino a insistere”.

D’Alessio è sotto casa quando arriva la telefonata, è a fine turno, sta parcheggiando. L’amico di Parete “gridava, era esasperato – ricorda D’Alessio -. Gli ho detto ‘aspetta un attimo, calmati, così non capisco’. Gli chiedo il nome e il cognome e cerco di tranquillizzarlo. Gli spiego che avevo necessità di avvisare almeno chi avevo intorno, non potevo certo dirgli che partivo subito io per il Rigopiano. Metto giù e chiamo il mio capo dei Volontari senza frontiere, Angelo Ferri che si attiva immediatamente, mentre io chiamo la prefettura” e “chiamo anche la questura e i carabinieri di Penne. Le registrazioni parlano chiaro“. Le ha ascoltate in questura, dove è stato chiamato come testimone. Compresa una telefonata tra la sua compagna (architetto cui D’Alessio chiede un parere tecnico sul crollo di cui parlava Marcella, ndr) e Parete: “Urlava che si trovava lì ma non vedeva più l’hotel”. Il tutto dura una quarantina di minuti. Le procedure in prefettura? “Non so quali siano le loro procedure. Ma io dalla prima chiamata di Quintino non ho smesso di fare quello che dovevo fare. Noi della Protezione civile non diciamo mai forse, non credo o cose così. Noi partiamo, subito”.