Il cold case dell’omicidio di Antonio Landieri detto O’ T, un ragazzo napoletano di 25 anni con gravi disabilità motorie, ucciso per errore dagli Scissionisti in un circoletto ricreativo di Scampia, si è finalmente chiuso. Era una vittima innocente di camorra e per stabilirlo definitivamente ci sono voluti 13 anni, i racconti concordanti di 8 pentiti e la laboriosa pazienza investigativa di un pm antimafia in gamba, Maurizio De Marco, che ha chiesto e ottenuto le misure cautelari dei presunti assassini.

Solo così si è riusciti a fare finalmente luce su ogni dettaglio di un caso dove la ferocia camorristica del clan Pagano e un pessimo giornalismo imbeccato da cattive fonti si miscelarono fino a rovinare l’immagine di un ragazzo che non riuscì a salvarsi dai proiettili perché non ce la faceva a correre. Nell’immediatezza, si faticò a credere che si potessero sparare 16 colpi ad altezza d’uomo, di cui 11 calibro 9×21, 4 calibro 9 di una Lugher e 1 calibro 9 mm GLF, su persone estranee ai clan. Quella potenza di fuoco – fu usata anche una mitraglietta – doveva per forza essere riservata a dei trafficanti di droga. Dei camorristi. Dei poco di buono. Invece era solo la colpa di vivere, e giocare a calciobalilla in un circoletto, in un quartiere malfamato, in una gigantesca piazza di spaccio a cielo aperto. Cinque amici di O’ T furono feriti alle gambe, lui ci rimise la pelle, scambiato per un ‘palo’ dello spaccio di cocaina.

I veri obiettivi non erano loro, ma i fratelli Meola, affiliati ai Di Lauro. Il 6 novembre 2004 eravamo agli albori della faida di Scampia. Iniziata poco più di una settimana prima, il 28 ottobre, con il duplice omicidio di Fulvio Montanino, il pupillo di Cosimo Di Lauro, e Claudio Salierno. La strage andò avanti sino ad aprile, fece una settantina di morti. Ci volle tempo per capire la portata dello scontro, la cieca violenza della guerra in atto. Scrive il Gip Federica Colucci nell’ordinanza notificata ai cinque presunti assassini di O’ T: “Il movente si inserisce nella volontà ‘terroristica’ riferibile ai capi scissionisti  di fare pulizia ‘etnica’ nella zona dei Sette Palazzi di affiliati dei Di Lauro, come erano ritenuti i fratelli Meola Vittorio e Salvatore, nonché Arturo Meola”.

Volontà terroristica. Pulizia etnica. Termini che non sono usati per caso. Nella gragnuola di proiettili uno dei quattro componenti del commando, Carmine Notturno, rimase ferito dal ‘fuoco amico’ di un complice. Il proiettile gli ruppe il cinturino del Rolex Daytona, che fu ritrovato nel circoletto. Un medico compiacente gli suturò la ferita nella villetta di Licola dove si rifugiò dopo l’agguato. Poi si è coperto di tatuaggi al polso e alle braccia. “Lo ha fatto per nascondere i segni delle cicatrici” scrive il magistrato. I sicari erano già in galera per altri delitti, ma uno di loro stava per essere scarcerato. L’ordinanza dell’omicidio Landieri gli impedirà di tornare a piede libero.

Landieri viveva di espedienti perché se nasci e vivi a Scampia e hai una paralisi infantile dovuta a complicazioni da parto, la vita non ti offre molte opportunità. Ma non era un criminale. Era soprannominato O’ T perché, avendo spalle molto pronunciate, da lontano poteva sembrare una T maiuscola: una delle conseguenze dei suoi problemi di deambulazione. I pentiti che ricostruiscono la storia dell’agguato sono tutti d’accordo nel definirlo “una persona per bene”. Uno di loro va oltre e rivela un dettaglio: “Il mio capo mi disse che Landieri era stato vittima innocente, tant’è che i Notturno contattarono la madre della vittima per darle dei soldi, quale risarcimento, e per non dare clamore eccessivo alla morte del figlio ucciso da innocente. Il mio capo mi disse che la donna rifiutò questi soldi”. Eppure il 25enne disabile all’inizio fu additato come un narcotrafficante internazionale e quindi uno dei bersagli del commando di fuoco. Un quotidiano locale che scrisse la notizia poi rivelatasi falsa, fu assediato dai parenti del ragazzo, che chiesero e ottennero diritto di replica. Il Questore negò i funerali pubblici, Landieri fu seppellito di nascosto con le procedure utilizzate quando si ha a che fare coi ‘boss’ e si temono problemi di ordine pubblico.

Ora, poche ore dopo la notifica delle misure cautelari, i familiari di Landieri hanno diffuso una nota: “Al di là degli arresti, al di là delle condanne, al di là della giustizia, noi la nostra battaglia l’abbiamo già vinta. Abbiamo vinto quando lo Stato ha dichiarato Antonio Landieri, vittima innocente della criminalità. Ricordiamo a tutti che Antonio è stato ucciso 2 volte, dal piombo dei clan e dal cattivo giornalismo, che il giorno dopo la sua morte lo definì uno spacciatore di livello internazionale che aveva contatti col cartello di Calì, in Colombia. La nostra battaglia lunga 10 anni e 2 mesi, ci ha portato a riqualificare, grazie al sostegno di moltissimi, la figura di Antonio. Aspettiamo con ansia dalle istituzioni l’intitolazione dello stadio di Scampia, ad Antonio, come deliberato ormai circa un anno fa dal Comune di Napoli. Vogliamo esprimere tutta la nostra vicinanza alle forze dell’ordine. Ringraziamo tutti i ragazzi in giro per l’Italia che hanno sostenuto la nostra battaglia, il Coordinamento dei Famigliari delle Vittime di Camorra, Libera e le istituzioni”.

Fonti di Procura precisano che copia dell’ordinanza verrà trasmessa alla Prefettura di Napoli per ribadire lo status di ‘vittima innocente’. “Mai mollare nella ricerca della verità e nel perseguimento della giustizia” ha commentato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, pronto a deliberare la costituzione di parte civile del Comune. “Siamo soddisfatti della risposta dello Stato grazie al lavoro tenace di Polizia e Magistratura. Il riscatto morale della città e l’antimafia dei fatti sono un segno distintivo della Napoli di questi anni”.