Il Faust andato in scena la sera del 24 gennaio al Teatro dell’Opera di Firenze è maestoso, grandioso, avvincente, persuasivo, a tratti inopportuno. Ma andiamo per gradi. La scenografia, magniloquente, è forse il punto più alto della nuova messinscena del capolavoro di Charles Gounod, il cui allestimento è frutto di una coproduzione della Royal Opera House di Londra, il Teatro Verdi di Trieste, l’Opéra de Lille e l’Opéra de Monte-Carlo. Scene, quelle di Charles Edwards, che stupiscono per la cura dei dettagli, per la spinta inventiva e creativa, per il Cristo in croce e la scena che vi si sviluppa intorno, ma, soprattutto e innanzitutto, per il fatto stesso di esserci.

Opera di Firenze. Prima del FAUST di Charles Gounod.

Finalmente un’opera, si potrebbe dire, finalmente una messinscena vera, finalmente una realizzazione scenografica autentica dopo la penuria e il vuoto scenico di intere schiere di produzioni povere più di idee che di denari. Si riesce a scorgere inoltre un qualche rimando al Rossini del Barbiere, e nello specifico al suo primo atto, nella scena che apre il terzo del Faust, quando, dopo il trambusto appena precedente e il primo rifiuto di Margarethe, di colpo veniamo catapultati nei pressi della casetta della fanciulla tanto amata dal protagonista della demoniaca vicenda.

Sulle scene agiscono luci di indubbio impatto, e fra i molti e sorprendenti effetti a cui il pubblico fiorentino ha potuto assistere, uno, il meno chiassoso e luminoso fra tutti, ha indubbiamente colpito chi scrive: una luce laterale, nel buio più pesto, illumina lievemente le sbarre della prigione che, calando gradualmente sul palco a metà dell’ultimo atto, imprigiona Margarethe prima che la sua anima possa finalmente liberarsi in cielo: un momento di indicibile bellezza, di contemplazione, di vera luce.

L’Orchestra del Maggio, inutile a dirsi, fa molto bene il suo lavoro, e le musiche di Gounod scorrono ricevendo un’interpretazione degna di questo nome. I cori non sono da meno, donando grandezza e spessore alle molte scene d’insieme che senza tregua si susseguono nel corso dell’opera: silenzioso e al contempo grandioso, vuoto e al tempo stesso pieno, il corale a cappella che prende vita a commento della morte di Valentino, fratello di Margarethe: “Il Signore accolga la sua anima, e conceda perdono al peccatore”. I costumi di Brigitte Reiffenstuel donano poi vita, varietà, spessore e veridicità a ogni singola scena e atto dell’opera: nulla fuori posto, nulla troppo osato o ingiustificato come invece, ahinoi, capita spesso di notare altrove.

Peccato dunque per alcuni piccoli inconvenienti: come la presenza scenica di Faust, il tenore Wookyung Kim, alquanto scarsa; come alcune scelte di regia (di David McVicar) che potremmo dire inopportune o, se volessimo, ricercanti un effetto epidermico oltre i limiti del buon gusto. Ci riferiamo in particolare alla scena dell’orgia satanica, che prende piede in luogo del festino al quale Faust viene invitato da Mefistofele al principio del quinto e ultimo atto: trattasi di esplicitazioni o, meglio, masturbazioni su tema che, se relative al melodramma, rischiano sempre di risultare alquanto arbitrarie, per non dire del tutto fuori luogo.

Ciò detto, commovente, bellissima l’interpretazione di Carmela Remigio nei panni di Margarethe: appassionata, vocalmente impeccabile, scenicamente superba il soprano pescarese fa sfoggio delle sue più grandi doti nei panni di uno dei personaggi più drammatici del melodramma ottocentesco. Il resto lo fa un’opera che, sebbene debole drammaturgicamente parlando, segna un vero punto di svolta nella storia del melodramma francese: un’opera che, agli occhi dei tedeschi e al tempo della sua prima messinscena, riducendo tutta la vicenda all’amore fra Faust e Margarethe, non fece altro che dissacrare il grande dramma goethiano.

Un’opera che, dopo i tentativi di Beethoven, ritenuto da Goethe inadatto a musicare il suo Faust, Schubert, che contrariamente a Beethoven dal grande letterato tedesco non ricevette neanche una risposta, e diversi altri, per prima glorificò teatralmente il capolavoro dell’immenso letterato tedesco, ricevendone elogi e, come sempre succede per i grandi lavori, critiche: “(…) eminenti musicologi – narrava Debussyhanno rimproverato a Gounod di aver travisato il pensiero di Goethe; agli stessi illustri personaggi non è mai venuto in mente di accorgersi che Wagner aveva forse falsato il personaggio di Tannhäuser, il quale, nella leggenda, non è affatto quel buon ragazzino pentito che egli ne ha fatto, e il cui bastone, bruciato dal ricordo di Venere, non è mai voluto fiorire. In tutta questa storia Gounod, in quanto francese, è forse perdonabile; mente per Wagner, tedesco come Tannhäuser, non c’è scusa che tenga”.