I problemi con la giustizia italiana di Bilal Erdoğan, figlio del presidente turco, si sono chiusi con una archiviazione. Il giudice per le indagini preliminari di Bologna ha infatti accolto la richiesta presentata dalla Procura della Repubblica che per poco più di un anno ha indagato il terzogenito del leader turco per riciclaggio. Tutto era partito a ottobre 2015 quando un noto oppositore politico di lunga data, rifugiato in Francia, Murat Hakan Uzan, aveva presentato un esposto alla magistratura italiana. Erdoğan jr (che è stato difeso dall’avvocato Giovanni Trombini) nei mesi precedenti era infatti tornato a Bologna, città dove pochi anni prima aveva lasciato in sospeso degli studi post universitari alla Johns Hopkins University, celebre università americana che ha sede proprio sotto le due torri.

Tuttavia, secondo l’esposto di Uzan, il giovane Erdoğan sarebbe arrivato in Italia a fine settembre “con importanti somme di denaro” nell’ambito di un presunto “progetto di fuga” in vista del voto anticipato del primo novembre 2015, quando sembrava che il risultato delle urne potesse essere sfavorevole per suo padre. Il risultato delle urne era però stato positivo per il partito di governo di Recep Erdoğan, e Bilal aveva chiarito in un’intervista di essere arrivato in Italia solo per studiare.

L’esposto di Uzan, da cui era scaturita l’indagine, aveva richiamato il caso della cosiddetta “tangentopoli del Bosforo”, che nel 2013 fece vacillare la carriera politica del presidente turco. Erdoğan figlio fu protagonista di alcune intercettazioni telefoniche con il padre, in cui quest’ultimo avrebbe chiesto a Bilal di nascondere una grossa somma di denaro. Il presidente Erdoğan tuttavia definì false quelle intercettazioni, montate per danneggiare il suo governo; l’inchiesta turca fu poi archiviata e le telefonate dichiarate false. “Il governo turco è intervenuto con vigore sollevando dalle funzioni i magistrati dell’accusa che avevano indagato. Sostituiti questi, si è giunti prontamente all’archiviazione”, aveva però scritto Uzan nel suo esposto ai magistrati italiani.

Nell’anno di indagini le pm Manuela Cavallo e Antonella Scandellari hanno scandagliato i conti correnti di Bilal Erdoğan (che nel frattempo, un anno fa, ha lasciato Bologna e l’Italia, per “motivi di sicurezza”) senza trovare indizi di riciclaggio di denaro. Di fronte alla prima richiesta di archiviazione presentata a settembre 2016 dai pm, il gip aveva tuttavia chiesto un supplemento di indagine: in particolare aveva chiesto di provare a sentire di persona proprio Uzan, affinché circostanziasse quelle accuse che la Procura aveva sempre definito generiche. Ma il tentativo di sentirlo in Italia è stato vano. “La Procura di Bologna ha tentato di fare venire in Italia il mio assistito per essere sentito”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Massimiliano Annetta, che ha assistito Uzan. “Ma dopo la vittoria di Erdogan alle elezioni di novembre 2015 e poi dopo il tentato golpe di luglio, mi hanno rappresentato la loro indisponibilità a muoversi dalla Francia”.

“Sono molto felice di questo risultato. Penso che fossero accuse strumentalizzate politicamente da chi le ha fatte”, commenta il difensore di Bilal Erdoğan, Giovanni Trombini. “Non è stato riscontrato nulla dopo un anno di indagini. Non vi era nulla, tranne le accuse di questa persona”.

L’inchiesta di Bologna ad agosto 2016 aveva avuto anche dei risvolti diplomatici. Poche settimane dopo il tentato golpe di luglio, lo stesso presidente Erdoğan in un’intervista a Rainews 24 aveva criticato l’indagine bolognese su Bilal: “Se mio figlio tornasse in Italia potrebbe essere arrestato perché c’è un’inchiesta su di lui a Bologna e non si sa perché. Questa vicenda potrebbe mettere in difficoltà le nostre relazioni con l’Italia, che dovrebbe occuparsi della mafia, non di mio figlio”. Alle parole del leader turco aveva replicato l’allora premier Matteo Renzi: “In questo Paese i giudici rispondono alle leggi e alla Costituzione italiana, non al presidente turco, si chiama stato di diritto”.