Insieme alla neve e alle infinite scosse un’altra preoccupazione si aggiunge alle numerose che stanno mettendo a dura prova, ormai da settimane, le popolazioni del centro Italia. A far paura adesso sono anche le tre dighe di Campotosto, nel territorio aquilano: Poggio Cancelli, Sella Pedicate e Rio Fùcino. Rappresentano il secondo più grande bacino d’Europa. Una delle tre dighe si trova, infatti, “su una faglia che si è parzialmente riattivata”, ha sottolineato nelle scorse ore il presidente della Commissione grandi rischi, Sergio Bertolucci. La paura è di un “effetto Vajont, anche se non si tratta di un allarme immediato”.

Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che esercita un’azione di vigilanza sui gestori della diga, ha convocato una riunione proprio in queste ore per discutere delle dighe che si trovano nel territorio colpito dal terremoto e dal maltempo. All’incontro hanno partecipato la Protezione civile, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, le Regioni coinvolte e i gestori, che hanno la responsabilità dei controlli. “L’allarme generato da alcune dichiarazioni del presidente della Commissione grandi rischi ci ricorda che il problema esiste e che si deve continuare a tenere sotto osservazione questa criticità – afferma Titti Postiglione, direttrice dell’Ufficio emergenze del dipartimento della Protezione civile – Campotosto è un impianto importante. Le dighe già dopo il sisma del 2009 sono state oggetto di valutazioni. Esiste – aggiunge l’esperta – una procedura che dopo ogni sisma richiede controlli, e questo è avvenuto ogni volta”.

Ma quanto è concreto per le dighe aquilane il rischio di “un aumento della pericolosità, dovuta ai movimenti della faglia, con importanti movimenti di suolo in caduta nel lago”, come sottolineato dal presidente della Commissione grandi rischi? “Su questo invaso, sorretto da tre dighe, sono andate a buon fine tutte le verifiche effettuate all’indomani del terremoto dell’Aquila del 2009, più vicino all’invaso rispetto a quelli che hanno interessato il centro Italia nel 2016 e in questo inizio d’anno – spiega Francesco Napolitano, che insegna costruzioni idrauliche alla Sapienza Università di Roma – L’espressione ‘effetto Vajont’ ha più un valore immaginifico. Le caratteristiche dell’invaso aquilano sono, infatti, diverse rispetto al Vajont: l’invaso è più ampio e i versanti sono meno scoscesi. Detto questo, è fondamentale studiare tutto e bene, come mi pare si sia già iniziato a fare in queste ore. Ci sono, in particolare, alcuni scenari da prendere in considerazione. Il primo – spiega Napolitano – riguarda l’eventualità di terremoti superiori a quello di progetto, che è di 6-7 gradi di magnitudo. Il secondo è l’attivazione di una fagliazione superficiale, e su questa eventualità i geologi stanno lavorando proprio in queste ore. Il terzo aspetto è lo studio dei versanti, delle sponde del bacino, per valutare se del materiale può essere movimentato da un futuro sisma. In questo c’è un altro elemento di differenza rispetto al Vajont. Nel caso dell’invaso aquilano, infatti – aggiunge l’esperto – le sponde non presentano motivi di particolare instabilità. In questo caso, non c’è, come nel Vajont, una frana preesistente sulle pendici dell’invaso, pronta a movimentarsi provocando un’onda in grado di superare il margine superiore delle dighe, e di scaricarsi a valle”.

L’Enel, gestore dell’infrastruttura, in queste ore ha, intanto, dichiarato la “totale assenza di situazioni anomale”, e parlando di un “volume attualmente invasato di circa il 40%, quindi molto basso”. E aggiungendo, però, che “alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere a una ulteriore, progressiva riduzione del bacino”. Un’operazione che, come sottolinea la stessa Titti Postiglione della Protezione Civile, “in linea teorica, se si dovesse svuotare velocemente, comporterebbe effetti importanti. Ma questo è uno scenario di riferimento e, come ha detto la Commissione grandi rischi, non si tratta di un allarme immediato”.

“Svuotarla potrebbe essere peggio – conferma Napolitano – poiché l’acqua, con la sua pressione, tende a stabilizzare la diga. Bisogna, tuttavia, ricordare che l’ente gestore non può motu proprio decidere di rilasciare a valle più acqua di quanto ne entri a monte, senza il parere dell’ente vigilante, in questo caso del Ministero dei trasporti. Se si è deciso così, saranno stati valutati tutti gli aspetti. Nell’ingegneria, infatti – sottolinea Napolitano – il rischio zero non esiste. Per questo, occorre valutare ogni scenario, anche i peggiori, ed essere sempre accorti nel realizzare un’opera, tenendo conto – conclude l’esperto – che ogni struttura vibra in modo peculiare e che il nostro modo di realizzarla può dare delle vulnerabilità”.