I sistemi bancari delle Nazioni raccolgono i risparmi ed erogano il credito fornendo un servizio essenziale all’economia: la circolazione del denaro. Al loro interno i singoli attori soffrono in questi anni di vari problemi di redditività, sofferenze e gestioni talvolta “leggere” o rivolte alla soddisfazione di interessi “amici”, oltre a un cambiamento nelle regole di controllo, non più affidato a Banche Centrali non sempre “attente”, ma alla Banca Centrale Europea, meno “disponibile”.

In tutta Europa il problema è rilevante. Basti pensare che, secondo il Commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier, solo tra il 2008 e il 2011 la Commissione europea ha approvato aiuti di Stato a favore delle banche per 4.500 miliardi di euro.

In Italia, in particolare, mettendo insieme i vari eventi, solo nel 2016 la ricchezza bruciata è stata di circa 18,8 miliardi di euro, più o meno l’1% del Pil. Il big bang è stato la risoluzione delle quattro banche del novembre 2015. Da lì è successo di tutto: i crediti deteriorati, gli ormai famosi Nplnon performing loan, sono diventati il problema più urgente degli istituti nonché la causa principale della sfiducia dei mercati. Risultato: dapprima Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno mancato aumento di capitale e quotazione e sono state salvate in extremis dal Fondo Atlante con 2,5 miliardi. Quindi gli stress test a luglio hanno fatto emergere gravi carenze in Mps e Carige.

Prima di tutto questo, alcuni interventi posti in essere dallo Stato italiano per “aiutare” o abbellire i bilanci del sistema bancario hanno cercato di stabilizzare il sistema del credito nazionale. L’elenco non è esaustivo. La legge n. 5 del 2014 ha riformato il capitale della Banca d’Italia stabilendo un limite massimo del 3% alla quota detenibile da ciascuno di essi.

Il capitale della Banca d’Italia è ora di 7,5 miliardi di euro rappresentato da quote di 25.000 euro ciascuna che possono appartenere a banche e imprese di assicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia, fondazioni bancarie, enti e istituti di previdenza aventi sede legale in Italia e fondi pensione e sono ora liberamente cedibili. Quei 7,5 miliardi di euro non sono stati versati concretamente alle banche però la sessantina di banche e assicurazioni che li hanno riportati a bilancio ci hanno comunque guadagnato in solidità patrimoniale davanti alla Bce.

A favore delle Banche vige anche la legge n.83 del 2015 che attribuisce uno sconto fiscale sulle perdite. Si tratta degli sgravi tributari legati alla deducibilità dei crediti non performanti (le sofferenze) per cui l’arco di tempo in cui le banche potranno spalmare le stesse cala da 5 anni a 1 anno, garantendo agli istituti vantaggi per 20 miliardi tra il 2015 e il 2022.

Altra provvidenza è arrivata con la Legge di riforma delle Bcc del 2016, che con l’articolo 17bis in pratica regola l’applicazione dell’anatocismo e il suo ritorno a pieno titolo nelle pratiche bancarie. Un blitz che varrebbe circa 2 miliardi di euro l’anno.

Dopo mesi di omertà sullo stato di salute delle banche italiane, il governo ha approvato a fine 2016, un piano di 20 miliardi per salvare le banche in difficoltà. Questo Fondo ha carattere precauzionale (così dicono) e più precisamente:

1) E’ costituito da una linea di garanzia sulla liquidità a favore delle banche;

2) Prevede una linea di capitali che verranno utilizzati per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, a partire da Mps, ma potrebbe essere esteso anche alle altre banche: Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Carige e le quattro banche risolte a novembre 2015 (Carichieti, Cariferrara, Banca Marche, e Banca Etruria)

3) Il pacchetto potrebbe essere accompagnato da forme di indennizzo per i piccoli investitori  che hanno acquistato, a suo tempo, titoli senza il loro profilo di rischio fosse adeguato.

Tra le provvidenze di cui godono (anche) le Banche italiane, ricordiamo infine il Qe della Bce, iniziato nel 2014 prevedente inizialmente solo l’acquisto di titoli Abs emessi a seguito di cartolarizzazioni di prestiti a imprese e famiglie ed obbligazioni bancarie garantite dette covered bond.  Purtroppo tutto questo non si è rivelato efficace né nel rilancio della crescita economica né ha permesso alla Bce di raggiungere i propri obiettivi inflazionistici, per cui a inizio 2015 è stato inaugurato l’Expanded Asset Purchase Programme (Eapp), quella fetta di Qe che può acquistare titoli di stato sul mercato secondario (l’intervento nel mercato primario è vietato dallo statuto della Bce) che, a dicembre 2015, è stato ampliato all’acquisto di bond sul mercato dei titoli emessi da enti locali.

Tutto questo non ha però ancora prodotto l’obiettivo desiderato né in termini di inflazione né di espansione del credito. Infatti a fine 2015 solo il 34% delle risorse del Qe non è tornato alla Bce sotto forma di deposito overnight. Le banche preferiscono ridepositare i soldi ottenuti piuttosto che utilizzarli nell’economia reale. Preferiscono pagare lo 0,4% piuttosto che ottenere una remunerazione svolgendo quella che dovrebbe essere la loro attività tipica d’impresa, prestare i soldi.