Non pensiamo che Trump abbia vinto, sia pure con la minoranza dei voti nazionali, grazie alle bufale che ha scatenato sull’America. La bufala, qualsiasi bufala, è notoriamente priva di effetti se non si sposa con un pre-giudizio orientato nella stessa direzione. Ma lo stesso vale per qualsiasi “verità” che risulta inerte se non trova una nicchia di complice pregiudizio in cui accomodarsi come parte di ogni personale “visione del mondo”. Visione che non è mai “oggettiva”, altrimenti l’umanità non avrebbe neanche avuto bisogno di inventarsi il linguaggio, allo scopo di mettersi il più possibile d’accordo, ma ben più spesso disputare, sul da fare e da disfare.

In un mondo di senso necessariamente fondato sul pre-giudizio, i media, che alla fin fine sono linguaggio stampato oppure sonoro, video etc, ne sono inevitabilmente i moltiplicatori, non certamente i moderatori, perché la logica mercantile, ma anche la passione di chi scrive e parla, spinge a radunare mandrie di simili (sotto l’aspetto dei pre-giudizi condivisi) da cui mungere ricavi e sorrisi.

Pertanto Trump, cui non diamo affatto il benvenuto, ha radunato una massiccia minoranza di americani, specie fuori città, perché è riuscito a radunare in un sol fascio una rilevante quantità di convinzioni correnti. Una di queste convinzioni, perché la madre degli anticasta è sempre incinta, era (è) che nei palazzi del potere si ordiscano imbrogli per tosare il popolo lavoratore, fregarsene di chi sta male, fare la bella vita e pretendere pure di fare la lezione a chi non ha il c..o al caldo. Nonché, va da sé, che sia da sempre in atto un sistematico broglio elettorale senza il quale non si spiegherebbe come mai gente così iniqua goda di tanto potere.

Se questa è una convinzione corrente (parliamo di Usa, ma in Italia sono vent’anni che si agita il tema brogli, generalmente da parte della penisola più trumpiana) è facile montarla come la panna. Così ha fatto, lo abbiamo letto ieri un ambizioso giovanotto (tale Harry), fervente repubblicano, che un mesetto prima della votazioni, ha fabbricato e inoltrato via Facebook la notizia che in un qualche dove erano stati rinvenuti scatoloni pieni di schede già votate per Hillary, corredando il tutto con la foto dei reperti, ovvero scatole di cartone con la scritta “ballot”, che vuol dire “voto”. Scatole vere, ma la loro immagine reperita su internet è riferita al trasporto di schede in una qualche elezione inglese di anni prima. Dunque una autentica bufala. Ma efficacissima – e infatti rimbalzò dovunque nel flipper dei media – in quanto non più falsa, nel senso di “non reale”, di una qualsiasi metafora che azzecchi quel che vogliamo sentirci dire: la nostra personale verità “à la carte”.