Non avevamo dubbi, ma ora anche la Procura di Roma ci ha consegnato alcune certezze. Stefano Cucchi non si è suicidato e non è neppure morto cadendo incidentalmente dalle scale del carcere. Dopo mesi e anni di depistaggi, perizie singolari e contraddittorie, testimonianze omissive e reticenti, la Procura ha deciso di contestare l’omicidio preterintenzionale a tre carabinieri.

Le sentenze, ovviamente, le emetteranno i giudici ma finalmente si è accesa una luce che potrebbe squarciare l’osceno buio nel quale si è cercato di nascondere questa brutta storia. Se questa luce ha potuto riaccendersi, tuttavia, lo si deve, anche e soprattutto, a chi non si è mai rassegnato, a chi ha continuato a scrivere e a denunciare, ai cittadini che hanno reclamato giustizia, a magistrati onesti e capaci, all’avvocato Anselmo che ha dedicato la vita a Stefano e alle altre vittime di Stato, ai familiari e agli amici di Cucchi, e alla sorella Ilaria che non ha mai smesso di affermare le sue ragioni e di rivendicarle con la forza e la giusta indignazione di chi ha subito una ferita mortale.

Per queste ragioni Ilaria ha dovuto subire denunce, aggressioni e insulti dentro e fuori la rete, minacce, accuse di aver “passato il segno” e persino richieste di scuse, secondo quel rituale paramafioso che assegna alla vittima il ruolo del boia.

Comunque andrà a finire la vicenda processuale sarà ora il caso che lo Stato presenti le sue scuse alla famiglia di Stefano e che gli aggressori chiedano scusa a Ilaria, prima che sia un tribunale ad imporlo. Chi sa, e i testimoni non dovrebbero mancare, farebbe bene a parlare, così le eventuali scelleratezze di pochi non ricadrebbero sull’onorabilità dei molti che, ogni giorno, portano la divina con onore e a rischio della vita.