Ho più volte espresso, in questo mio spazio, la necessità di una riorganizzazione della medicina del territorio quale fondamento di un nuovo modo di dare salute ai cittadini. Il medico di base deve perdere quel ruolo di “trascrittore” e di “controllore” che lo stato gli ha costruito per ritornare ad avere quella figura di colloquio fraterno e di direzione nel percorso di salute e di malattia.

Durante il periodo di feste appena trascorso ho avuto modo di leggere con attenzione le due tesi presentate da Rachele Ramponi, nel suo percorso universitario come psicologa, che mi hanno aperto gli occhi su come poter accompagnare i cittadini allo star bene.

Nella prima indica come “l’ospedale moderno dovrebbe essere il luogo principe della salute intesa come stretto rapporto tra salute e malattia, ma purtroppo tutti i riflettori sono puntati sulla malattia. L’ambito funzionale medico si fonda sulla competenza del medico, quale esperto della diagnosi e della cura. L’ambito assistenziale è rappresentato dal personale infermieristico, le cui funzioni sono dipendenti dagli orientamenti diagnostici e terapeutici del ciclo funzionale medico”.

Questi due gruppi, insieme alle “interferenze” amministrative, creano a volte conflitti (verticalizzazione del rapporto professionale) invece della collaborazione indispensabile. Spesso il paziente, ancor di più se bambino, viene estrapolato dalla realtà quotidiana divenendo “un caso clinico all’interno di una stanza numerata”.

“Uno dei punti fondamentali su cui occorre lavorare più intensamente è rappresentato dalla piena trasformazione delle pratiche di consenso informato da una dimensione in cui prevale un’ottica difensiva, di salvaguardia e autotutela della istituzione e degli operatori medici, a una pratica di reale ‘presa in carico’ del soggetto in cura, favorendo un posizionamento attivo, consapevole e partecipe della persona all’interno del suo percorso di cura”. Narrazione e ascolto sono due elementi fondamentali per portare salute ancor più nel primo contatto che il cittadino ha dal suo medico di fiducia.

Nella seconda si studia soprattutto come possa essere costruito il reinserimento del paziente nella società dopo un fenomeno acuto vascolare. I fattori importanti sono: la valutazione funzionale, l’allenamento programmato, l’attività fisica, l’educazione del paziente e della sua famiglia, la consulenza psico-sociale e la terapia farmacologia. Anche qui il liberare il medico di fiducia da fardelli che nulla hanno a che vedere con la cura del suo assistito non può che aiutare nel percorso riabilitativo.

Credo che la presenza di uno “psicologo della salute” sia indispensabile in unità operative ospedaliere senza dimenticare l’importanza di una presenza in ambito territoriale sia per il cittadino-paziente che per il medico in modo da ricreare quella “unione” di forze che accompagni la salute e la guarigione dalla malattia.

A oggi poche strutture ospedaliere hanno al loro interno un’unità di riabilitazione cardiologica e la tendenza (anche per ragioni economiche dovute ai finanziamenti regionali “per numero di prestazioni” e non più “per numero di giorni di degenza”) è quella di dimettere il paziente, dopo un evento coronarico acuto, nel giro di pochi giorni.

Sappiamo bene cosa possa significare, anche dal punto di vista emotivo per una persona infartuata, ritrovarsi con un “etichetta” di cardiopatico e con una quotidianità profondamente modificata, costellata da preoccupazioni, idee irrealistiche, dubbi, medicine ed effetti collaterali. L’ospedale manca di un ponte di collegamento tra “l’evento acuto” e la quotidianità del paziente, inteso come “persona” e non solo come “persona che patisce”. Spesso la riabilitazione cardiologica rappresentava una terra di mezzo tra il ricovero e il ripristino di una nuova quotidianità, seppur modificata. Questo ancor di più non esiste nella medicina territoriale.

Numerosi studi, nella letteratura internazionale, sottolineano il ruolo dei fattori di rischio coinvolti nelle cardiopatie, ma altrettanti dimostrano l’impatto dei fattori di protezione sulla prevenzione delle recidive, il supporto sociale pare essere il fattore di protezione più significativo. Credo sia indispensabile studiare un protocollo sulla base degli studi citati e applicarlo a livello territoriale, ospedaliero e riabilitativo. In fondo il fondamento della medicina è la storia clinica: parole per curare.