In questi giorni, sei anni fa, la Tunisia fu percorsa da un’ondata rivoluzionaria che portò alla fuga del tiranno Ben Ali e all’inizio di un nuovo corso che non si è ancora concluso. Aveva iniziato uno sconosciuto venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, il quale aveva pagato con la vita, si era fatto bruciare, la cecità di un potere dispotico che non gli riconosceva la dignità di cittadino con i doveri e con i suoi diritti. Da quel momento in poi vi furono le manifestazioni di piazza che investirono tutta la Tunisia e spinsero alla fuga Ben Ali che si è rifugiato e dove tutt’ora vive in Arabia Saudita.

Cogliendo l’occasione di questo anniversario, mi sembra opportuno fare alcune considerazioni sul ruolo dell’Europa su ciò che avvenne in Tunisia. L’atteggiamento del Vecchio continente ha oscillato in generale tra indifferenza e una certa superficialità. Spesso si sono considerate le rivolte del mondo arabo come un fuoco di paglia che non ha dato luogo all’instaurazione della democrazia. Si è parlato di inverno arabo contrapponendolo alla primavera, sinonimo con cui si erano definite le rivolte.

Qui il primo errore di valutazione: l’esclusione da questi giudizi della componente tempo e della diversità di situazioni. L’Egitto attraversa un periodo in cui le conquiste rivoluzionarie sono state annullate dalla politica liberticida del presidente Al Sisi, la Libia presenta un quadro confuso in cui si registra ancora lo scontro tra clan e una presenza dell’Isis. La Tunisia invece in maniera lenta e a volte contraddittoria cerca di trovare un assetto democratico stabile. Tutto ciò ha bisogno di tempo e di una politica che riesca a sanare le diseguaglianze nel paese tra un nord ed un sud povero con tassi di disoccupazione molto alti.

Un elemento su cui vale la pena soffermarsi per capire il travaglio di una società post rivoluzionaria è quel tribunale senza i poteri di coercizione che vuole mantenere viva la memoria di ciò che è accaduto sotto Bourghiba e Ben Ali. Perciò ha chiesto a uomini e donne di testimoniare le nefandezze subite da quei regimi. Rispetto a tutto ciò, l’Europa non esprime una linea politica che prenda in conto questo travaglio, si limita a fissare un’agenda nella quale si stanziano aiuti monetari senza una visione. La preoccupazione che offusca un’analisi corretta è costituita dai flussi migratori, come se fermarli non dipendesse da un aiuto politico alla stabilizzazione della situazione tunisina come di quella libica.

Vi è un’altra considerazione da fare quando si analizzano le conseguenze delle rivolte arabe. Anche in questo caso bisogna fare attenzione a non cadere in generalizzazioni che non tengano conto della storia di questi paesi. In generale possiamo dire che queste rivolte si inseriscono nel tentativo del popolo arabo, con le diversità del caso per caso, in un lungo processo di affrancamento dalla supremazia coloniale dell’Occidente, dalle umiliazioni subite dai tiranni che li hanno governati e di una ricerca di un modello statuale che sia il più coerente possibile con la sharia. Sono questi gli aspetti che si mescolano con altri di carattere personale e sociale alla base dei processi di radicalizzazione.

Mentre in Egitto la sorte dei Fratelli musulmani è caratterizzata da una forte repressione e dalla semi-clandestinità, in Tunisia il movimento della Rinascita, Ennahda, ha vinto le elezioni, ha governato e si è ritirato in parte dal governo e il suo più importante ispiratore, Rashid Ghannushi, ultimamente ha affermato che bisogna abbandonare l’idea di un islam politico e abbracciare l’idea di una democrazia islamica.

E’ difficile capire sino in fondo che cosa significhi, probabilmente questo può voler dire che senza abbandonare il riferimento alla legge coranica, la ricerca deve avvenire, così come è sancito dalla Costituzione, lungo un percorso di affermazione dei principi della democrazia. Vedremo se questo nuovo corso sarà sufficiente ad eliminare le ambiguità che Ennahda ha avuto nei riguardi dei movimenti jihadisti e a fermare molti giovani tunisini dal miraggio del califfato. L’impresa non è facile perché l’organizzazione Ansar al- Sharia, diretta da Abu Ayad, continua a fare propaganda nei settori più poveri della società tunisina arruolando giovani che vanno a combattere contro l’idolatria mondiale e a morire per il vero islam.