Finalmente si chiamano le cose con il loro nome: omicidio preterintenzionale. È questa l’imputazione chiesta dalla procura di Roma per tre carabinieri nelle nuove indagini sulla morte di Stefano Cucchi

Sono passati più di sette anni da quel giorno in cui accendemmo la tv su RaiTre e sentimmo Bianca Berlinguer raccontare che era morto un ragazzo nel reparto penitenziario dell’ospedale romano Sandro Pertini. Altre morti c’erano state in passato, ma altri telegiornali non ne avevano parlato. Grazie dunque al Tg3 se oggi si chiamano le cose con il loro nome.

E poi, nei giorni successivi, arrivò il volto di Ilaria Cucchi. Arrivò la sua immediatezza, il suo raccontarci semplicemente che fino a poche ore prima aveva un fratello e ora non ce l’aveva più, che era diventato un cadavere livido e tumefatto mentre era in custodia di quei funzionari statali nei quali lei aveva sempre avuto fiducia. E qualcosa cambiò in tutti noi. Anche chi prima di allora non aveva mai messo il naso in queste storie si indignò davanti alle foto del corpo di Stefano. Grazie allora a Ilaria Cucchi e al suo avvocato Fabio Anselmo, per aver avuto la forza di non mollare lungo tutti questi anni.

E ancora, in questi sette anni, abbiamo assistito a una famiglia onesta e sincera che veniva trattata come una banda di criminali. Qualcosa avrà pur fatto se ha tirato su un figlio drogato, anoressico, che chiede un succo di frutta in ospedale e che è certo un tipo strano. Quante ne abbiamo dovute sentire… Persino Ilaria, querelata dal Sappe a seguito di alcune sue dichiarazioni, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. E poi le assoluzioni, prima dei poliziotti e dopo dei medici, i carabinieri sempre fuori dal processo, le perizie senza senso che ci raccontavano la morte di Stefano per epilessia.

Oggi finalmente si parla di omicidio preterintenzionale. Quello che compie qualcuno che non aveva esplicita intenzione di uccidere ma che ben poteva immaginare che mettendo in atto quel comportamento avrebbe potuto causare la morte. Non omicidio colposo, quello che commette chi pecca di imperizia, imprudenza o negligenza.

I massacratori di Federico Aldrovandi furono condannati per omicidio colposo. Allora le cose non si chiamarono con il loro nome. Non vedo imperizia, imprudenza o negligenza in chi continuò a massacrare di botte un ragazzino gracile che diceva “aiuto, così muoio” mentre era sdraiato su un marciapiede in un lago di sangue. Vedo quattro poliziotti adulti che ben potevano immaginare le conseguenze della loro brutale violenza. Grazie allora anche a Patrizia Moretti, mamma di Federico, per quel che comunque ha fatto per cercare la verità.

Oggi speriamo che arrivi presto una sentenza che restituisca verità e giustizia a Stefano Cucchi, alla sua famiglia e a tutti noi, che abbiamo voglia di ricominciare ad avere fiducia nelle forze dell’ordine. Una sentenza che chiami le cose con il loro nome e riscatti Stefano, Federico e i troppi altri. Grazie alla procura di Roma.

Aggiornato da redazione web alle ore 15,00 del 18 gennaio 2017