Silenzi, difese, rivendicazioni. L’inchiesta sulle false manutenzioni in Cotral, l’azienda che gestisce il trasporto su gomma nella Regione Lazio, scuote tutta una classe dirigente che a cavallo degli ultimi due decenni ha governato con fortune alterne l’ente. Società private che fatturavano e a cui venivano pagati milioni di euro per interventi sulle vetture mai effettuati, sospette connivenze fra dipendenti e imprenditori, pressioni sui membri del consiglio d’amministrazione e – così si legge negli atti d’inchiesta – agganci con alcuni di loro per provare a mitigare l’azione di repressione e denuncia avviata fra il 2011 e il 2013.

Indagato Giovanni Libanori (ex Udc)
L’unico politico indagato al momento risulta essere Giovanni Libanori, ex Udc e oggi consigliere della Città Metropolitana di Roma per i Conservatori Riformisti di Raffaele Fitto, che nella Capitale vuol dire far parte della corrente di Luciano Ciocchetti, a sua volta ex vicepresidente regionale della Giunta di Renata Polverini. Libanori, che nel 2013 era membro del cda presieduto da Vincenzo Surace (autore dei numerosi esposti in Procura), è indagato per “rivelazione di segreti d’ufficio”, per avere – si legge negli atti – “in concorso tra loro e con persone ignote, con collusione, consistita nell’accordarsi con le altre ditte partecipanti a non fare offerte al di sotto del prezzo concordato tra loro preventivamente e accordandosi altresì con il Libanori, componente del cda di Cotral, affinché si adoperasse con gli altri consiglieri di amministrazione a non indire la gara” in modo da impedire “l’approvazione della delibera di gara che doveva essere approvata da Cotral per l’assegnazione della manutenzione sui cambi automatici degli autobus, prorogando così i contratti in essere con le ditte già aggiudicatarie”. Contattato da Ilfattoquotidiano.it, Libanori chiede di permettere al suo avvocato di visionare gli atti prima di pronunciarsi, ma intanto ribadisce che “questa è una vicenda che il vecchio cda di cui facevo parte ha portato allo scoperto, per il resto sono all’oscuro di tutto e vorrei almeno attendere che mi venga notificato qualcosa”. Si dice garantista anche Ciocchetti, che con “rispetto nel lavoro della magistratura”, spiega: “Io non ne sapevo nulla ovviamente, perché non erano le mie mansioni, ma che io sappia nemmeno Libanori ne sapeva nulla. Mi pare di capire che gli affidamenti sono andati avanti fino al 2016. Per il resto non so, spero che non sia vero”.

L’ex assessore Lollobrigida: “Ho fatto giusto in tempo a salvare l’azienda dal fallimento”
Assessore ai Trasporti fra il 2010 e il 2012 era Francesco Lollobrigida. All’epoca nel grande calderone del Pdl, Lollobrigida faceva parte della corrente dei “Gabbiani” del deputato Fabio Rampelli, che di lì a breve avrebbero dato vita a Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni, di cui a sua volta l’ex assessore è cognato ma soprattutto braccio destro e consigliere politico. Negli atti d’inchiesta, pare che fosse stato proprio Lollobrigida a chiedere all’ad di Cotral, Surace, di porre attenzione su alcune fatture emesse dalla ditta Pelliccia di Subiaco – cittadina d’origine del dirigente Fdi – segnalazioni dalle quali sono i partiti i primi esposti. “Non mi piace molto ricordare quel periodo – afferma seccamente Lollobrigida, ricordando i forti contrasti con l’allora governatrice Renata Polverini – e non ho molto da dire in merito, se non che nel poco tempo concessomi ho fatto giusto in tempo a salvare l’azienda dal fallimento”. Aggiunge un particolare molto interessante un altro ex assessore, Fabio Ciani, in carica durante la Giunta di Piero Marrazzo dal 2005 al 2007, sostituito poi dallo scomparso Franco Dalia: “Non ricordo episodi di questo genere – spiega – ma ci fu un episodio particolare, con alcuni operai Cotral che, finito il loro turno, andavano a lavorare presso delle ditte che avevano appalti di manutenzione con la società regionale”.

Il consigliere di Forza che denunciò
Rivendica invece le denunce effettuate Adriano Palozzi, oggi consigliere regionale di Forza Italia e all’epoca presidente del cda Cotral ma mai citato negli atti giudiziari. “Dalle nostre verifiche erano subito emerse spese troppo elevate sulle manutenzioni – ricorda – In quel frangente iniziamo ad introdurre non più il costo dei lavori legati agli interventi, che necessariamente prevede un rapporto stretto fra persone, ma a costo-chilometro: mettevamo in gara un tot di chilometri, a un certo prezzo a km e così non c’era più bisogno di effettuare il controllo sugli interventi. In questa maniera si possono anche spostare i verificatori a fare qualche altro tipo di servizio”. Nel cda presieduto da Palozzi, c’era però Libanori, che risulta indagato perché avrebbe ostacolato questo tipo di soluzione, d’accordo con le imprese. Palozzi in un certo senso difende però l’ex collega, con cui ha anche firmato un comunicato stampa nel giorno in cui sono avvenuti gli arresti: “Il cda è sempre stato molto unito – racconta – tutte le volte che io o Surace abbiamo firmato documenti inviati in Procura dove chiedevamo delle verifiche di alcune situazioni non chiare, c’è sempre stata l’approvazione unanime. Le segnalazioni arrivavano da più parti, ma il sospetto giungeva soprattutto dai guasti frequenti che si registravano sulle vetture”.

De Vincenzi: “Costringemmo le imprese a pagare milioni di penali”
Altro politico citato (non indagato) negli atti è Domenico De Vincenzi, esponente in quota Pd a fasi alterne membro e presidente del cda Cotral, che potrebbe aver subito pressioni da parte delle società di manutenzione per modificare le gare d’appalto non “gradite”. Si parla anche di un appuntamento fra Libanori e De Vincenzi al centro commerciale Cinecittà Due, dunque fuori dalla sede Cotral: “Il cda ha sempre denunciato tutto quello di cui è venuto a conoscenza, sia con Surace che con il sottoscritto. Le pressioni? Quando svolgi determinati ruoli, pressioni ce le hai da più parti. Rispetto a una vicenda così eclatante, e anche schifosa, non hanno mai fatto breccia nei miei confronti o dell’ad dell’epoca, che fu molto duro. Nominammo due avvocati, Ricci e Scacchi, che si occuparono di tutte queste questioni. Poi nel 2014 lasciai la presidenza a ottobre, ma l’inchiesta era già partita”. Dunque il “marcio” arrivava dagli anni precedenti? “Non so, ci vorrebbero le prove. Quello che è certo è che abbiamo costretto le imprese affidatarie a pagare penali milionarie”.